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Una veduta della mostra «Primary Structures / Multiple Systems. 60 Anni di Minimalismi» allestita alla Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano

Foto Tiberio Sorvillo

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Una veduta della mostra «Primary Structures / Multiple Systems. 60 Anni di Minimalismi» allestita alla Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano

Foto Tiberio Sorvillo

La Fondazione Antonio Dalle Nogare rilegge sessant’anni di Minimalismo

A Bolzano la mostra curata da Eva Brioschi esplora come gli artisti contemporanei abbiano trasformato il rigore geometrico della corrente sviluppatasi negli Stati Uniti tra il 1960 e il 1970 in uno strumento per mettere a nudo le strutture di potere e le contraddizioni del presente

Sul finire degli anni Cinquanta, negli Stati Uniti, alcuni artisti prendono le distanze dall’eroica enfasi sul gesto pittorico dell’Espressionismo astratto e si orientano verso forme geometriche essenziali, serialità e processi di produzione industriale. Si afferma così un linguaggio fondato sulla riduzione formale e sull’autonomia dell’opera, che dalla metà degli anni Sessanta sarà identificato con il termine Minimalismo, «canonizzato» nel 1966 dalla fondamentale mostra «Primary Structures: Younger American and British Sculptors», organizzata da Kynaston McShine al Jewish Museum di New York. La neutralità formale del Minimalismo fu però oggetto di critiche politiche: in piena stagione di proteste contro la guerra in Vietnam, fu accusato di rifugiarsi in una ricerca estetica incurante della violenza e delle istanze del presente.

«Primary Structures / Multiple Systems. 60 Anni di Minimalismi», allestita alla Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano fino al 31 dicembre 2028 e a cura di Eva Brioschi, celebra il 60mo anniversario della mostra di McShine e, al contempo, ne analizza l’influenza sulle pratiche artistiche contemporanee.

«Gli artisti delle generazioni successive hanno continuato a usare l’alfabeto formale del Minimalismo, ma “corrompendolo”, cioè rifiutandone l’indifferenza rispetto al contesto politico, spiega la curatrice. Hanno utilizzato questo linguaggio come uno strumento per leggere le strutture sociali, le dinamiche di potere e il mercato. Se guardiamo al nostro presente, con piattaforme digitali e infrastrutture invisibili che inscatolano la realtà, la corruzione della griglia minimalista può essere la chiave per uscire da una matrice che ci vuole a tutti i costi incasellare». 

A sottolineare questo potenziale scardinamento, la mostra, che presenta tutte opere provenienti dalla Collezione Dalle Nogare, si apre e si conclude con l’opera di Alessandro Manfrin «Window (Scrivere)» (2025), costituita dalla porzione centrale di un infisso: per questa serie l’artista (Italia, 1997) nella battuta d’incontro di due ante una moltitudine di biglietti, scontrini e altri frammenti cartacei su cui ha trascritto a mano il contenuto di interi libri. L’opera è una soglia formalmente compressa e concettualmente espansa, che racchiude e rende tangibile il passaggio di un testo attraverso la soggettività dell’artista.

Nella sala al piano terra della Fondazione Antonio Dalle Nogare troviamo opere fatte di tempo e luce, e la prima che incontriamo è un’altra soglia, ma di diversa natura: «Schermo Petrosemolo» (1972) di Fabio Mauri (Italia, 1926-2009) richiama la forma di un televisore dell’epoca, un portale da cui passavano messaggi di luce in grado di modificare la percezione della realtà. In maniera molto intelligente, il lavoro è messo in dialogo con due opere tra loro molto simili ma fondamentalmente distanti: «Jadido white» (1967) di James Turrell (Stati Uniti, 1943), un rettangolo verticale di luce bianca allo xeno proiettato in una white box, e «April 2008» (2008) di Mario García Torres (Messico, 1975) la proiezione di una singola diapositiva che è stata tenuta in tasca dall’artista ogni giorno per un mese: lo sporco e i graffi della quotidianità registrati sulla pellicola fanno da contrappunto all’eterea trascendenza sensoriale dell’opera dell’artista californiano. 

Il confronto tra generazioni e tra diverse adozioni del linguaggio minimalista prosegue nelle due sale al primo piano, dove emerge con maggiore chiarezza come la forma chiusa degli Specific objects, teorizzati da Donald Judd nel saggio omonimo del 1965, si apra a un’indagine critica sul presente. Emblematica in questo senso è «Container» (2007) di Sirous Namazi (Iran, 1970), un cassone industriale blu sezionato e disposto a pavimento come la proiezione piana di un cubo, già esposto nel Padiglione Nordico alla Biennale di Venezia del 2007. «Mi fa pensare allo “Socle du Monde”, l’opera di Piero Manzoni che fa da piedistallo al mondo intero, commenta la curatrice. È come se contenesse ogni cosa che abbiamo attorno, perché oggi praticamente tutto viene trasportato in un container».

Un altro tipo di rovesciamento è quello operato da Haegue Yang (Corea del Sud, 1971), in chiave ironicamente letterale, con «Sol LeWitt Upside Down Onto Wall - White Five Part Modular Piece, Scaled Down 28 Times» (2016): l’opera di LeWitt è riprodotta in miniatura, proprio recita il titolo, attraverso moduli di tende alla veneziana: se il Minimalismo classico porta lo spettatore a un’esperienza di tipo fenomenologico, a un confronto diretto tra corpo e scultura nello spazio, il lavoro di Yang richiama piuttosto la mancanza di privacy subita da chi vive in un affollato condominio-alveare. Quest’opera, con il suo riferimento all’intimità domestica, porta indirettamente in causa uno dei cardini teorici del progetto espositivo: nel novembre del 1977 la critica Moira Roth pubblica su «Artforum» il saggio «The Aesthetic of Indifference», in cui teorizza che l’alienazione, la passività e il distacco delle opere minimaliste rispetto al loro contesto storico e sociale fossero principalmente dovuti al maccartismo e al suo conseguente clima da caccia alle streghe, nonostante molti artisti, nel privato, fossero politicamente attivi e vicini a cause radicali e movimenti di protesta.

Si muove su questo crinale «Sun City» (1987) di Olivier Mosset (Svizzera, 1944): se l’opera è formata da due ampi monocromi dipinti con colori che richiamano il viola metallizzato della carrozzeria di una moto che sfreccia nel marrone bruciato di un deserto dell’Arizona, il titolo fa mimeticamente riferimento a un complesso di lusso del Sudafrica, simbolo delle politiche di apartheid.

«Primary Structures / Multiple Systems» è una mostra che tratta di luci e di ombre, e non soltanto sul piano formale: un linguaggio che, nella sua formulazione originaria, si sottraeva a ogni narrazione esterna si fa oggi strumento per far emergere proprio quelle istanze che, sessant’anni fa, venivano tenute in ombra da una pretesa di neutralità.

Olivier Mosset, «Sun City», 1987, alla mostra «2, 11,47» alla Fondazione Antonio Dalle Nogare, 2019. Foto Jürgen Eheim Fotostudio. Courtesy dell’artista e Fondazione Antonio Dalle Nogare

Matteo Mottin, 26 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Matteo Mottin

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