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Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoli«Holland is the country for artists. It has atmosphere» (L’Olanda è il paese degli artisti. Ha un’atmosfera speciale). Nelle parole di James McNeill Whistler (1834-1903) c’è tutto il legame con un Paese che l’artista americano visitò almeno undici volte tra il 1863 e il 1902 e che considerò una fonte inesauribile di ispirazione. Rembrandt fu per lui un riferimento imprescindibile, così come la carta antica olandese, capace di conferire alle sue incisioni una particolare tonalità calda. Ad Amsterdam, nel 1889, Whistler realizzò dal ponte di una barca la celebre serie di incisioni «Amsterdam Set», trasformando la città in un gioco di luce, ombra e texture e scegliendo deliberatamente di lasciare fuori dall’inquadratura i caratteristici frontoni degli edifici. Era, secondo lui, il suo lavoro migliore fino a quel momento.
È proprio questo rapporto con l’Olanda a costituire uno dei fili conduttori di «Whistler. Dandy and Disruptor», la grande retrospettiva che il Van Gogh Museum presenta, dal 16 ottobre al 10 gennaio 2027, insieme a «Whistler. Loving the Netherlands», allestita alla Mesdag Collection dell’Aia. Il progetto, realizzato in collaborazione con la Tate Britain, riunisce circa cento opere e costituisce la più ampia retrospettiva europea dedicata a Whistler da trent’anni, nonché la prima mai organizzata nei Paesi Bassi. Ad Amsterdam il percorso restituisce la complessità della sua ricerca, dai notturni del Tamigi alle «White Girls», dai ritratti della società ai dipinti più celebri, come «Arrangement in Grey and Black: Portrait of the Painter’s Mother». All’Aia, invece, il racconto si concentra sul rapporto con il territorio olandese, sugli artisti che Whistler frequentò e sull’influenza esercitata su figure come Willem Witsen e George Hendrik Breitner. Non è un dettaglio che l’artista abbia visitato la Mesdag Collection proprio nell’ultimo giorno del suo ultimo soggiorno nei Paesi Bassi.
Dietro questa produzione c’è una personalità altrettanto singolare. Nato negli Stati Uniti, Whistler si trasferì a Parigi a ventun anni e per quasi mezzo secolo divise la propria vita tra la capitale francese e Londra, entrando in contatto con artisti e intellettuali come Dante Gabriel Rossetti, Gustave Courbet, Édouard Manet e Oscar Wilde. Dandy raffinato, abile nel costruire la propria immagine e spesso incline allo scontro, fece della difesa della propria libertà artistica una vera battaglia. Per Whistler l’arte non doveva necessariamente avere una funzione morale, sociale o politica: esisteva prima di tutto per la propria bellezza.
La sua idea lo portò anche a uno dei più celebri conflitti della storia dell’arte ottocentesca. Quando John Ruskin accusò un suo dipinto di essere poco più che un gesto provocatorio nei confronti del pubblico, Whistler lo citò per diffamazione. Dalla lunga serie di controversie che accompagnò la sua carriera sarebbe nato anche The Gentle Art of Making Enemies (1890), titolo emblematico di una personalità che sembrava trasformare ogni scontro in parte della propria poetica.
A raccogliere questa eredità fu anche Vincent van Gogh, che ammirava Whistler e ne citava le incisioni nelle lettere al fratello Theo. I due condividevano l’interesse per l’estetica giapponese e una comune insofferenza verso i confini tradizionali dell’arte. È anche attraverso questo dialogo ideale che le due mostre olandesi restituiscono oggi la figura di Whistler: non soltanto il dandy e il provocatore, ma un artista che fece della bellezza, e della sua difesa, una delle forme più radicali di libertà.