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Matteo Mottin
Leggi i suoi articoliQuesta è una storia di forme, metodi e assonanze tra persone straordinarie, una storia scritta con i linguaggi della matematica e della poesia, rimasta nascosta tra le pieghe della storia dell’arte. Questa storia, fatta anche di viaggi e movimenti, non poteva che iniziare da una valigia, un contenitore speciale, capace di racchiudere un’intera vita. La storia parte da una Scatola-in-valigia, la «Boîte-en-valise» di Marcel Duchamp: concepita nel 1935, quando l’artista si stava preparando a lasciare la Francia per gli Stati Uniti, l’opera consiste in una raccolta di riproduzioni in miniatura di tutti i suoi lavori, una retrospettiva portatile in divenire a cui lavorerà per tutta la vita, producendone varie versioni con aggiornamenti e modifiche.
La Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano ha di recente acquisito un esemplare della serie C: prodotto in circa 30 esemplari nel 1958, contiene 68 elementi realizzati con tecniche artigianali e antiche, come la collotipia e la colorazione a pochoir, e si distingue a prima vista dalle altre versioni per la scatola, coperta all’esterno da lino naturale e foderata all’interno di carta grigio-blu Ingres. L’opera è attualmente esposta in una sala della Fondazione, nella mostra «Under the Spell of Duchamp», una collettiva con opere di Christo, Edward Kienholz, Walter De Maria, André Cadere e Robert Breer, tutti artisti caduti sotto l’«incantesimo» concettuale dell’artista francese.
La curatrice Eva Brioschi, durante la sua vasta ricerca sul progetto, si avvicina alla figura di Iliazd (pseudonimo di Ilia Zdanevich, Tbilisi, 1894-Parigi, 1975), a cui Duchamp commissionò la costruzione e l’assemblaggio della «Boîte» serie C, trovando una personalità artistica unica per spessore culturale, coerenza e complessità di pensiero. «Toutité-Iliazd. Lo Studio della Forma», visitabile presso la Fondazione Antonio Dalle Nogare fino al 27 giugno, è la più grande retrospettiva italiana dedicata al poeta, editore, scrittore, drammaturgo, tipografo, designer, cartografo e artista georgiano. Curata da Brioschi insieme a Julia Marchand, cocuratrice del Padiglione Georgia alla Biennale Arte 2024 con un progetto dedicato a «65 Maximiliana o la pratica illegale dell’astronomia» (1964), libro d’artista creato da Iliazd insieme a Max Ernst, la mostra presenta pubblicazioni, appunti, stampe e materiali d’archivio che permettono di addentrarsi tra le molte sfaccettature di questa personalità. La prima parte dell’esposizione è allestita al piano terra. Al centro della sala troviamo una grossa cassettiera museale: non si tratta di un semplice mobile, ma di un’installazione artistica di Gaspar Willmann e Jeanne Turpault chiamata «Cabinet Institute», istituzione fittizia che ospita nei suoi cassetti una collezione permanente e un display temporaneo, che il pubblico è invitato ad aprire e esplorare come fossero tante piccole sale. Quest’installazione verrà attivata venerdì 22 maggio con una performance orchestrata da Willmann e Turpault, come parte del programma collaterale della mostra.
Una veduta della mostra «Toutité-Iliazd. Lo Studio della Forma» alla Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano. Foto Fotostudio Jürgen Eheim
Figlio di un insegnante di francese e di una pianista, Iliazd studia legge a San Pietroburgo, dove entra a far parte dei circoli dell’avanguardia russa. Durante una vacanza a Tbilisi scopre Niko Pirosmanashvili, meglio conosciuto come Pirosmani, oggi considerato uno dei più importanti artisti georgiani (la Fondation Beyeler nel 2023 gli ha dedicato un’importante retrospettiva). Traduce in russo il primo manifesto futurista, e nel 1914 accoglie Marinetti durante un ciclo di conferenze a Mosca. Essendo un convinto pacifista, e non condividendone lo spirito iconoclasta, prende le distanze dal movimento e nello stesso anno teorizza il Tuttismo, un movimento d’avanguardia che non si poneva in rottura con il passato ma intendeva abbracciare e combinare elementi e stili di ogni epoca, promuovendo un’arte atemporale e senza limitazioni geografiche. Mosso da questi interessi, nel 1917 partecipa a una spedizione archeologica in cui inizia a studiare le strutture delle chiese bizantine del periodo medievale, ricavandone numerose planimetrie che troviamo esposte nella sala. Nel 1921 emigra a Parigi, si avvicina ai dadaisti e, qualche anno dopo, inizia a lavorare per Coco Chanel come designer tessile. A partire dal 1940 diventa editore di libri d’arte, collaborando con molti artisti, tra cui Picasso, il già citato Ernst, Joan Miró, Alberto Giacometti e Georges Braque.
Aprendo i vari cassetti del «Cabinet Institute» e confrontando il pattern di un campione di tessuto realizzato per Chanel, le bozze delle complesse impaginazioni tipografiche dei caratteri mobili nei suoi libri e i rilievi delle chiese bizantine, capiamo che quello di Iliazd non è eclettismo, ma metodo: questi ambiti, apparentemente distanti, vengono affrontati con la medesima impostazione, fondata sullo studio continuo delle geometrie che regolano ciò che è armonioso e bello, in una coerente applicazione di quella «tuttità» che aveva teorizzato da ragazzo.
In risposta alle polemiche di Isidore Isou del 1946, che sosteneva di aver dato origine alla poesia fonetica e visiva con il Lettrismo, movimento da lui teorizzato, Iliazd realizza quello che da molti è considerato il suo capolavoro: «Poésie de mots inconnus» (Poesia di parole sconosciute), un’antologia che raccoglie 21 componimenti basati sul suono e sui fonemi, datati dagli anni Dieci del ’900, scritti da nomi celebri dell’avanguardia tra cui Tristan Tzara, Kurt Schwitters, Antonin Artaud e Paul Éluard, e accompagnati da litografie, incisioni e xilografie di artisti quali Chagall, Giacometti, Matisse, Picasso, Braque, Arp, Miró e Ernst.
Nella sala al secondo piano della Fondazione troviamo una copia di questo prezioso volume: è composto da 26 fogli non rilegati, piegati in quattro e avvolti in copertine a gruppi di cinque; i plichi sono contenuti in una scatola, avvolta in una copertina di pergamena, a sua volta contenuta in una scatola di cartone. Questa pubblicazione insolita, che si presta a una lettura libera e interattiva, insieme alla sua altissima qualità esecutiva, presenta molte affinità con la struttura della «Boîte» di Duchamp, ed è probabilmente per questi motivi che l’artista lo contattò per lavorare alla serie C dell’opera. Nella stanza troviamo il carteggio tra i due, insieme a schizzi e calcoli eseguiti da Iliazd per apportare migliorie alla struttura. Scorrendo i materiali non possiamo che affezionarci a questa persona, alla sua costante ricerca della qualità, alla coerente applicazione del suo «tuttismo», così come non possiamo non notare che l’intero progetto espositivo è fatto di tanti frammenti che possono essere ricomposti liberamente dallo spettatore, e nella sua forma espansa ma non casuale richiama le stesse modalità di fruizione della «Boîte-en-valise», così come quelle del «Poésie de mots inconnus».
Questa attitudine proseguirà dal 5 dicembre con «Duchamp. À l’Infinitif Project», una mostra-dispositivo permanente ma in progressiva evoluzione con cui la Fondazione trasformerà una delle sue sale in uno spazio di ricerca aperto a incontri, performance e collaborazioni interdisciplinari.
Una veduta della mostra «Toutité-Iliazd. Lo Studio della Forma» alla Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano. Foto Fotostudio Jürgen Eheim