Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Redazione GdA
Leggi i suoi articoliEsiste un canone Erté, uno stile che ha definito il linguaggio visivo dell’Art Déco nel corso del Novecento. È la linea di Romain de Tirtoff (San Pietroburgo, 1892 – Parigi, 1990), l'artista che seppe dare forma all'estetica Art Déco, elevando l'illustrazione e il costume a capitoli della storia dell'arte. La sua visione, che unisce la sintesi grafica alla ricchezza ornamentale, è ora al centro di un'importante mostra al Labirinto della Masone di Fontanellato.
Dal 28 marzo al 28 giugno 2026, «Erté. Lo stile è tutto», a cura di Valerio Terraroli, ripercorre la parabola creativa dell'artista attraverso oltre 150 opere. Il progetto espositivo, organizzato da Elisa Rizzardi, mette in dialogo il nucleo di lavori della collezione Franco Maria Ricci con prestiti mirati da raccolte private e dal Victoria and Albert Museum di Londra. Il risultato è un percorso denso che spazia dai celebri bozzetti per la moda e il teatro fino alle litografie e ai materiali d'archivio.
La biografia di Erté è essa stessa un manifesto. Lasciata la Russia zarista per la Parigi delle avanguardie, fu «battezzato» artisticamente da Paul Poiret, il couturier che ne comprese il potenziale e ne coniò lo pseudonimo. La sua affermazione definitiva avvenne sulle pagine di «Harper's Bazaar», per cui realizzò, tra il 1915 e il 1937, oltre duecento copertine che divennero il simbolo di una femminilità moderna e sofisticata. Ma il suo raggio d'azione fu più vasto: lavorò per le Folies Bergère, per Broadway e per il cinema, vestendo dive come Mata Hari e Marion Davies, trasformando ogni costume in una dichiarazione estetica.
Il linguaggio di Erté si nutre di una cultura visiva complessa e articolata. Le figure femminili evocano la «femme fatale» simbolista e le linee sinuose e ornamentali dell’Art Nouveau, richiamando le arabescature dei corrimano e delle scale o dei metropolitani di Hector Guimard. La bidimensionalità decorativa e il lusso dei dettagli rimandano alle figure di Gustav Klimt, come nel «Frieze of Beethoven», e ai poster di Henri de Toulouse-Lautrec, dove il corpo femminile diventa protagonista narrativa e scenografica. Ogni riferimento storico o artistico, tuttavia, viene rielaborato attraverso una geometria rigorosa e proporzionata tipica dell’Art Déco: la linea governa la composizione, struttura la figura e disciplina l’ornamento, conciliando teatralità, decorazione e funzionalità visiva. L’uso del colore e della superficie si collega a sensibilità impressioniste, mentre il ritmo delle composizioni risente della formazione scenografica e teatrale, in cui costume e spazio dialogano in maniera simile a un progetto architettonico.
Il rapporto con Franco Maria Ricci fu determinante. Fu lui a pubblicare nel 1970 la prima monografia italiana sull'artista, impreziosita da un testo di Roland Barthes, e ad acquisirne un nucleo di opere. La mostra odierna, con l'allestimento di Maddalena Casalis, rende omaggio a quel legame. A chiusura del percorso, una postilla contemporanea: tre abiti-scultura di Caterina Crepax, realizzati su disegni storici, indagano la perdurante attualità di quella linea inconfondibile e il dialogo tra passato e presente nella poetica di Erté.
Erte, Cover Bazar.
Erté, design di un costume.