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Una veduta del Padiglione dell’Etiopia a Palazzo Bollani, Venezia, per la 61ma Mostra d’Arte Internazionale della Biennale

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Una veduta del Padiglione dell’Etiopia a Palazzo Bollani, Venezia, per la 61ma Mostra d’Arte Internazionale della Biennale

Il Padiglione dell’Etiopia alla Biennale Arte 2026: le forme del silenzio secondo Tegene Kunbi

Per la seconda partecipazione del Paese africano, a Palazzo Bollani l’artista etiope presenta oltre 30 opere, perlopiù monumentali, che mettono in dialogo astrazione, tessuti e assemblage

Manuela De Leonardis

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Sulle pareti bianche di Palazzo Bollani a Venezia, le grandi tele che Tegene Kunbi (Addis Abeba, 1980, vive e lavora a Berlino) ha realizzato per la mostra «Shapes of Silence», curata da Abebaw Ayalew, per la seconda partecipazione dell’Etiopia alla Biennale di Venezia (fino al 22 novembre) con il coinvolgimento del Ministero del Turismo Etiope (partner istituzionale) e di Primo Marella Gallery (supporter), sembrano ancora più vibranti e magnetiche. L’artista etiope, vincitore del Grand Prix Léopold Sédar Senghor alla Biennale Dak’Art 2022, enfatizza simbolicamente i concetti di identità e memoria. lasciando emergere dagli strati di pittura frammenti di tessuti con cui esplora tematiche sociali e politiche attraverso la dualità di silenzio-rumore. L’abbiamo intervistato.

È una dialettica degli opposti quella espressa dal titolo della mostra «Shapes of Silence», in contrapposizione al «vociare» dei coloratissimi tessuti africani presenti nelle sue opere?
Sì, le opere, come i tessuti che contengono, hanno diversi significati, culturali e religiosi, sia separatamente sia nel loro insieme. La vibrazione è quella dei colori che rimandano a ricordi e ad altri significati. C’è molta luminosità, sebbene tutti i lavori esprimano silenzio. Per me il silenzio è importante non solo nella sua essenza, ma anche come presenza all’interno dell’opera. Spesso è espresso dal tessuto che uso, soprattutto quando è legato a un determinato impiego in ambito religioso o tradizionale. Mescolati tutti insieme, poi, raggiungono una forma di astrazione. Il silenzio non è una risposta, ma ci dà più distanza per pensare a noi stessi. Questo spazio contiene anche l’estetica, la bellezza. Voglio vedere il mondo, i colori, le forme, le strutture. Per me il silenzio è legato anche a una dimensione di equilibrio. Per questo amo la pittura astratta, che dà molta più libertà.

I tessuti africani esprimono incredibili simbologie di appartenenza, identità e memoria pensando, tra gli altri, al «kente» in Ghana e Costa d’Avorio, al «bogolan» in Mali e allo «shema» in Etiopia, ma anche ai processi di ibridazione culturale, globalizzazione e industrializzazione con i tessuti «wax printed» (stampati a cera) utilizzati soprattutto in Africa Occidentale. In che modo, nel suo lavoro, intercetta queste diverse componenti?
I tessuti hanno diverse provenienze: ce ne sono di industriali e anche di fatti a mano, come quelli di mia mamma Mulu Lema, da cui ho imparato molte tecniche. Spesso, infatti, lavoriamo insieme. Le persone vanno da lei, ad Addis Abeba, in occasione di cerimonie religiose o civili, magari per un matrimonio o una festa e le chiedono di realizzare decorazioni particolari per i tessuti. Anche quando sono stato in altri Paesi africani per delle residenze d’artista, in Ghana, Mauritania o a Dakar in Senegal, mi sono sempre interessato ai tessuti locali, soprattutto per il loro significato, i colori simbolici e l’aspetto tradizionale. Tutti questi elementi, che nel loro insieme danno forma a qualcosa di decorativo, contengono anche la memoria di quei diversi passaggi: le celebrazioni, i tempi. Nella mia pittura esprimo tutto ciò.

Tegene Kunbi, «Untitled», 2025-26. Foto Yero Adugna Eticha. © Yero Adugna Eticha. Courtesy dell’artista

In che senso collabora con sua madre?
Come dicevo, ci sono sempre persone che chiedono a mia madre di realizzare un certo tipo di decorazione per i tessuti. La maggior parte del tempo lavoriamo insieme di notte, perché di giorno lei è occupata con altre faccende. La notte, per me, ha una dimensione di tranquillità. Mi piace lavorare di notte e quando lavoriamo insieme, comunichiamo tra noi questa sensazione dello stare insieme nel silenzio della notte. Ho iniziato a lavorare con lei da bambino. Alla pittura sono arrivato successivamente, frequentando la Scuola di Belle Arti all’Università di Addis Abeba, dove mi sono laureato nel 2004. Ho iniziato dipingendo soggetti religiosi.

Anche nei lavori esposti in questa mostra sono presenti frammenti di tessuti che rimandano all’aspetto religioso e cerimoniale della tradizione della chiesa ortodossa Etiope Tewahedo e altri ancora…
Sì, ci sono tessuti dorati che provengono dall’ambiente della chiesa ortodossa. Non solo da quella etiope anche da quella russa, ma hanno un diverso significato. Per me è importante che questi significati siano sempre presenti, insieme ai colori, attraverso la componente estetica. Però, mi piace anche combinarli con altri elementi, ad esempio i tessuti del Rajasthan o i disegni realizzati dai miei tre figli che loro mi hanno donato.

Qual è per lei la negoziazione tra la dimensione estetica e quella etico-politica del lavoro?
Entrambi questi aspetti fanno parte del mio lavoro. C’è la qualità estetica, ma anche quella politica. Da dove viene questo prodotto? Chi lo ha realizzato o disegnato? Che significato hanno quei simboli? Questo è il tipo di domande che mi pongo nel cercare le connessioni. Soprattutto per i tessuti «wax printed» i simboli sono diversi, considerando anche come i tessuti siano stati trasformati in prodotti industriali. Questa è politica. Personalmente, ho usato i tessuti africani come mia identità. Per me si tratta di vivere in Europa, lavorare a Berlino, ma vedere l’altra parte di mondo da cui provengo. In Etiopia, poi, ci sono diverse regioni e ognuna ha le proprie tradizioni nell’uso dei tessuti, nei significati dei colori.

Come si riflettono queste diverse tradizioni etiopi nelle sue opere?
Ci sono inserti di tessuto come quelli, ad esempio, che soprattutto nel Nord del Paese vengono indossati dai clan famigliari come segno di rispetto alla famiglia del defunto, che viene avvolto in un sudario bianco. Solitamente il cotone bianco è associato al lutto. Cambiando la posizione dei bordi decorativi in oro e argento (tilet) dello «shema», usati per impreziosire tessuti e indossati durante celebrazioni sia religiose sia laiche, il tessuto risponde a una determinata simbologia. Se il bordo è messo in basso, o in alto, può indicare condizioni diverse, ad esempio quando è nella parte inferiore indica un lutto in famiglia. In questo modo è evidente per tutti.

Tegene Kunbi, «Untitled», 2025-26. Foto Yero Adugna Eticha. © Yero Adugna Eticha. Courtesy dell’artista

Manuela De Leonardis, 17 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Il Padiglione dell’Etiopia alla Biennale Arte 2026: le forme del silenzio secondo Tegene Kunbi | Manuela De Leonardis

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