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Lucia Marcucci, «Differenza», 1990

Courtesy of Tornabuoni Art

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Lucia Marcucci, «Differenza», 1990

Courtesy of Tornabuoni Art

Il Novecento in dialogo da Tornabuoni

La mostra romana ricostruisce un frammento della storia dell’arte come trama viva di corrispondenze tra artisti, dove opere e parole si rispondono vicendevolmente tra affinità, conflitti e intuizioni condivise

Alla Tornabuoni Arte Roma, la mostra «Passo a due» (dal 26 marzo fino al 23 maggio) si presenta come un raffinato dispositivo di lettura del Novecento, capace di restituire all’opera d’arte quella dimensione dialogica che la storiografia tende spesso a comprimere entro categorie e movimenti. Qui, al contrario, la storia si costruisce per relazioni, legami d’amicizia, riconoscimenti reciproci e divergenze teoriche, complicità e frizioni che trovano nella forma epistolare il loro luogo più autentico. Il percorso si articola infatti in coppie di artisti, accostati non solo per affinità linguistiche o prossimità cronologiche ma per il tramite di lettere. In questo senso, l’esposizione «mette in conversazione» le opere riattivando un tempo condiviso.

Emblematica è l’apertura affidata al dialogo tra Trilussa e Filippo de Pisis, dove la leggerezza apparente del verso nasconde una riflessione acuta sulla ricezione dell’arte: «Tu pe’ parla addoperi er colore io pe’ dipigne uso la parola». E poco oltre, con disincanto: «tu resti un giocoliere de pennelli / ed io […] quello delle “favolette”». In queste righe si condensa uno dei temi portanti della mostra: la distanza tra intenzione artistica e percezione pubblica, tra complessità del linguaggio e semplificazione dello sguardo. Su un piano diverso, ma altrettanto rivelatore, si colloca la lettera di Renato Guttuso a Pablo Picasso (1953), dove l’omaggio si fa dichiarazione collettiva: «Le elezioni italiane e la tua esposizione hanno cambiato la nostra vita […] ti amiamo molto e ti abbracciamo». Qui l’opera di Picasso si configura come catalizzatore politico e simbolico, capace di incidere sul vissuto quotidiano di un’intera generazione.

 

Dadamaino, «1960». Courtesy of Tornabuoni Art

Gastone Novelli, «Omaggio all’indecenza», 1959. Courtesy of Tornabuoni Art

Il rapporto tra arte e sistema emerge con forza nella lettera di Piero Dorazio a Gino Severini (1963), dove la tensione si traduce in aperta protesta: «i critici d’arte […] ci comandano a bacchetta, togliendoci la libertà, la dignità e la serenità». Un passaggio che restituisce il clima di conflitto tra artisti e critica militante, anticipando dinamiche che restano sorprendentemente attuali. La dimensione più teorica e quasi esistenziale del dialogo artistico trova invece espressione nelle lettere di Lucio Fontana. Scrivendo a Paolo Scheggi, Fontana afferma: «le arti non sono “che” una delle manifestazioni dell’intelligenza […] nel tempo siamo “nulla”». Parole che dischiudono una riflessione radicale sulla condizione umana e sul senso stesso del fare artistico, mentre nella corrispondenza con Jef Verheyen emerge la dimensione collaborativa della ricerca: «non è questione di un allievo, ma la continuazione di un’idea».

È forse in questa tensione tra individualità e continuità che si coglie uno dei nuclei più profondi della mostra. Non meno significativa è la posizione di Gastone Novelli nel 1968, nel pieno delle contestazioni: «Un artista impegnato fa opere che di per se stesse contestano il sistema». Qui l’opera è intesa come gesto intrinsecamente critico, capace di agire all’interno delle strutture che la ospitano.

Accanto a queste voci più esplicitamente teoriche o politiche, l'allestimento lascia spazio anche a registri più intimi e quotidiani, come nella lettera di Alberto Burri a Afro Basaldella: «prendi un aereo e vieni a passare il Natale qui. Abbiamo spazio e c’è molto sole». Un invito semplice, quasi domestico, che restituisce la dimensione umana delle relazioni tra artisti, lontana da ogni retorica. A chiudere idealmente il percorso, la folgorante sintesi di Marshall McLuhan su Luciano Ori: «Lei ha creato un programma visivo molto vocale per il nuovo teatro globale». Una frase che sembra restituire, in forma teorica, l’intuizione curatoriale dell’intera mostra: l’arte come sistema di comunicazione espanso, come rete di scambi che travalica l’opera per farsi ambiente, relazione e linguaggio condiviso.

Dalla mostra «Passo a due» pare così emergere un Novecento meno monolitico e più corale, fatto di voci che si rispondono a distanza, di idee che si trasformano nel passaggio da un artista all’altro.

Margherita Panaciciu, 23 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Il Novecento in dialogo da Tornabuoni | Margherita Panaciciu

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