Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

«If All Time Is Eternally Present» sulla facciata di Palazzo Nervi Scattolin a Venezia

Image

«If All Time Is Eternally Present» sulla facciata di Palazzo Nervi Scattolin a Venezia

«If All Time Is Eternally Present»: conversazione con le curatrici Chiara Carrera e Marta Barina

Sulla facciata di Palazzo Nervi Scattolin scorrono le opere di Kandis Williams, Meriem Bennani & Orian Barki e Tai Shani accomunate da un interesse condiviso verso un mondo in cui le esperienze vissute attraversano costantemente confini geografici e storici

Michael Musa

Leggi i suoi articoli

Tra gli eventi collaterali della Biennale Arte 2026, «If All Time Is Eternally Present» prende forma a Palazzo Nervi Scattolin, un edificio modernista in Campo Manin. Il progetto, promosso dalla Fondazione Pier Luigi Nervi e realizzato da Bottega Veneta, sotto la direzione creativa di Louise Trotter, è curato da Chiara Carrera e Marta Barina. La mostra sposta l’attenzione dall’interno del classico spazio espositivo alla facciata dell’edificio, che diventa sede di un programma serale di videoproiezioni. Ogni sera le opere di Kandis Williams, Meriem Bennani & Orian Barki e Tai Shani vengono proiettate direttamente sulla superficie, attivando l’architettura dopo il tramonto e trascinando le strade circostanti nel suo campo visivo. L’intervento si dispiega nel contesto più ampio della programmazione collaterale della Biennale, distribuita per la città, dove i formati espositivi si estendono sempre più nel tessuto urbano di Venezia.

Parlando con Chiara Carrera e Marta Barina, la logica che sta alla base del titolo della mostra e della selezione degli artisti emerge non tanto come omaggio letterario allo scrittore britannico T. S. Eliot, quanto come una lettura ottimistica del presente. Pur mutuando il titolo dai Four Quartets (1941) di Eliot, le curatrici trattano il concetto di tempo «eternamente presente» come uno spazio di azione e di possibilità, non soltanto di riflessione. In parallelo, le quattro artiste in mostra sono accomunate da un interesse condiviso, per quanto declinato in modo diverso, verso un mondo in cui le esperienze vissute attraversano costantemente confini geografici e storici.

Kandis Williams presenta «A Travel Guide: Black Gothic in South Korean Horror» (2025), un video-collage a fonti multiple che traccia il movimento globale della cultura e dei corpi neri. Strutturata come un diario di viaggio in prima persona, l’opera segue un percorso attraverso la Corea del Sud, connettendo cinema, cultura pop e paesaggi in un campo politico singolare. Attingendo al Negro Motorist Green Book (1936) dello scrittore newyorkese Victor Hugo Green, Williams esamina la mobilità come forma di potere, analizzando come le restrizioni al movimento operino come strumenti di controllo, e confrontandosi al tempo stesso con l’estetizzazione e la mercificazione del dolore nero. Nel corso dell’opera, la musica funge da filo conduttore, tracciando l’impronta delle forme sonore nere all’interno della cultura globale.

Meriem Bennani & Orian Barki presentano «2 Lizards» (2020), una serie animata in otto episodi prodotta durante i primi mesi della pandemia di Covid-19. Ambientata a New York e narrata da due avatar-lucertola antropomorfi con le voci delle artiste, l’opera cattura una realtà collettiva segnata dall’isolamento e dalla connessione mediata dagli schermi. Combinando animazione ed estetica internet, Bennani e Barki trasformano la noia e la frammentazione in un linguaggio emotivo condiviso, sfumando i confini tra realtà documentaria e finzione online.

Tai Shani presenta «My Bodily Remains, Your Bodily Remains and All the Bodily Remains that Ever Were and Ever Will Be» (2023-25), un film rielaborato e ampliato con l’inserimento di animazioni e sonorità. Attingendo ai linguaggi visivi della fantascienza e dei videogiochi, l’opera si dipana come una sequenza onirica che tocca il lutto collettivo, l’amore e la resistenza politica. Figure come il Ghost for Revolution attraversano la narrazione, inquadrando stati emotivi intensi come esperienze politiche condivise che aprono forme alternative di essere collettivo.

Una veduta di «If All Time Is Eternally Present» sulla facciata di Palazzo Nervi Scattolin a Venezia

Le curatrici descrivono gli artisti selezionati come «lettori collezionisti», un termine che rimanda a pratiche di assorbimento e traduzione dell'esperienza vissuta in forma artistica. Nel loro racconto, queste pratiche assumono una responsabilità verso le rispettive comunità, posizionando il lavoro come un vaso attraverso cui esprimere condizioni collettive. Ogni voce affronta il progetto da una prospettiva distinta, convergendo infine su un’unica domanda essenziale: come abitiamo, comprendiamo e parliamo davvero al momento presente?

Ciò che emerge parlando con loro è che, al di là delle opere stesse, la mostra è plasmata dal suo operare nello spazio pubblico. Chiara e Marta selezionano pratiche che parlano al presente senza richiedere competenze specialistiche, permettendo alle opere di circolare tra un pubblico ampio e non predefinito. Le curatrici mettono però in discussione l’idea che la dimensione pubblica produca automaticamente accessibilità. Se l’apertura viene spesso descritta come intrinsecamente democratica, loro suggeriscono che possa anche appiattire la complessità. La loro intenzione è mantenere rigore concettuale e formale, lavorando con artisti capaci di tenere temi complessi in forme che restano leggibili anche in condizioni in cui l’attenzione può perdersi nel contesto.

Una preoccupazione centrale riguarda il grado in cui la mostra dissolve i confini tra esposizione, architettura ed esperienza. Anziché operare all’interno di uno spazio espositivo convenzionale, il progetto si svolge attraverso un frammento di città, dove la facciata diventa la superficie primaria di racconto. Questo slittamento avvicina il progetto, sotto certi aspetti, all’installazione, pur mantenendolo nel registro della mostra piuttosto che dell’installazione vera e propria. Accanto alla facciata, una serie di interventi spaziali minimali estende il lavoro nel Campo Manin. Una panchina, una torre sonora che contiene anche informazioni testuali e un sistema di illuminazione su misura situano la mostra all’interno della piazza. Questi elementi funzionano come dispositivi che redistribuiscono l’attenzione, estendendo lo spazio dell’opera nell’intervallo tra spettatore e architettura. La panchina introduce un rallentamento deliberato del movimento, creando la possibilità di restare piuttosto che attraversare. Ogni intervento è calibrato per ancorare l’opera nello spazio, senza però rinchiuderla entro un perimetro fisso.

Le curatrici riflettono anche sul processo attraverso cui il progetto ha preso forma, dispiegandosi in modo incrementale attraverso decisioni che hanno modellato sito, formato e selezione artistica in parallelo. Senza una commissione istituzionale fissa a definirne i contorni in anticipo, il progetto è stato aggiustato di fase in fase, dalla scelta dell’edificio all’integrazione dei dispositivi spaziali. Questa adattabilità, suggeriscono, è stata cruciale per permettere alla mostra di rispondere alle condizioni architettoniche e urbane, piuttosto che imporre un modello predeterminato.

Alla domanda sul ruolo di Bottega Veneta, Carrera e Barina descrivono la collaborazione principalmente in termini di supporto produttivo piuttosto che di coinvolgimento curatoriale. Hanno presentato al brand una proposta compiuta, poi realizzata attraverso uno scambio logistico continuativo. Con l’evolversi del progetto sono stati messi a disposizione risorse aggiuntive e supporto tecnico per accomodare gli aggiustamenti di formato e le esigenze delle proiezioni all’aperto. La collaborazione è inquadrata come ciò che rende possibili le condizioni materiali necessarie alla realizzazione della mostra, senza intervenire nella sua direzione artistica o concettuale. Questa dinamica riflette la più ampia ecologia finanziaria e istituzionale delle grandi mostre contemporanee, dove i progetti si affidano sempre più a forme combinate di supporto istituzionale, indipendente e privato. Sotto la direzione creativa di Louise Trotter, il coinvolgimento di Bottega Veneta si colloca in questo quadro di supporto alla programmazione culturale.

«If All Time Is Eternally Present» è visitabile fino al 7 giugno. Come indicato sul sito della Fondazione Pier Luigi Nervi, la mostra inaugura «Building Dialogue», un nuovo programma che estende la ricerca della Fondazione verso un dialogo con le pratiche artistiche, interpretando l’architettura di Nervi come strumento speculativo attraverso cui interrogare la condizione contemporanea. In dialogo con le video-opere, la facciata amplifica il potenziale della proiezione come forma di costruzione di discorso pubblico, affermando l’agency culturale dell'effimero e opponendo alla città-monumento i valori dell’impermanenza.

Marta Berina e Chiara Carrera

Michael Musa, 25 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

«If All Time Is Eternally Present»: conversazione con le curatrici Chiara Carrera e Marta Barina | Michael Musa

«If All Time Is Eternally Present»: conversazione con le curatrici Chiara Carrera e Marta Barina | Michael Musa