«Skulptural» di Hannah Villiger

© Foundation The Estate of Hannah Villiger

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«Skulptural» di Hannah Villiger

© Foundation The Estate of Hannah Villiger

Hannah Villiger: «Le mie fotografie sono Skulptural»

«Abbastanza grandi da entrarci dentro»: nella Galerie de Photographies al Centre Pompidou la prima retrospettiva in Francia della fotografa svizzera

Scultura e fotografia dialogano negli scatti di Hannah Villiger. Il Centre Pompidou dedica alla fotografa svizzera (1951-97) la più importante monografica mai realizzata prima in Francia, presentata nelle sale della Galerie de Photographies fino al 22 luglio. Il museo parigino ha di recente acquisito diverse opere di Villiger e ne allestisce ora un centinaio, attingendo dunque dalla sua collezione, ma anche e soprattutto dai prestiti dalla fondazione The Estate of Hannah Villiger. Nel lavoro di Hannah Villiger resta ancora molto da scoprire. Lei stessa si è sempre definita scultrice prima ancora che fotografa. Conseguì infatti un diploma di scultura alla Scuola d’Arti Applicate di Lucerna e trascorse tre anni a Roma, dal 1974 al 1977, dove si avvicinò all’Arte povera. In quel periodo realizzò sculture concettuali ispirate a elementi della natura in movimento, piume, uccelli, acqua, fuoco, avvicinandosi anche alla fotografia, alla quale si dedicò pienamente solo a partire dal 1980, quando le venne diagnosticata una forma acuta di tubercolosi. 

Le sue prime fotografie sono in bianco e nero, realizzate con un obiettivo 35 mm, e hanno per oggetto perlopiù le sue sculture. È di questi anni la serie «Arbeit», di cui il Centre Pompidou espone alcuni esempi, tra cui un trittico del 1976 che rappresenta il movimento di un dirigibile nel cielo di Roma. 

A farla conoscere a livello internazionale sono stati soprattutto i grandi formati, in cui Villiger fotografa, a distanza ravvicinata, parti del suo corpo, che diventa l’elemento privilegiato dei suoi lavori. Sono scatti realizzati con la Polaroid che lei ingrandisce a dismisura: «Le fotografie devono essere abbastanza grandi perché devo poterci entrare dentro», aveva annotato l’artista su uno dei suoi diari di lavoro esposti in mostra. A partire dal 1984 Villiger dette a queste opere il nome di «Skulptural». 

Più tardi cominciò ad assemblare le immagini istantanee in giganteschi «Blocks», composti fino a una ventina di ingrandimenti che formano una sorta di puzzle del suo corpo frammentato: «Ogni opera deve costituire un tutto e ogni parte deve funzionare in modo indipendente», spiegò nei suoi appunti. Nel 1985 Villiger espose questi lavori in una prima grande personale alla Kunsthalle Basel, l’anno seguente al Centre culturel suisse di Parigi. La curatrice della mostra, Julie Jones, conservatrice al Pompidou, accosta Hannah Villiger ad alcune sue, più note, colleghe contemporanee come Cindy Sherman, Martha Wilson e Valie Export: «Definendosi innanzi tutto come scultrice, sottolinea la curatrice, Hannah Villiger non ha mai smesso di cercare, con le sue fotografie ingrandite e presentate in serie dinamiche, di rivelare le proprietà intrinseche di un corpo materializzato e anonimo, modellato attraverso tecniche meccaniche». 

In Italia i lavori di Villiger erano stati presentanti nel 2021 in una prima importante retrospettiva all’Istituto Svizzero di Roma.

Luana De Micco, 03 maggio 2024 | © Riproduzione riservata

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