Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Monica Trigona
Leggi i suoi articoliDopo l’esperienza nella sede di Barriera di Milano, a Torino, del Museo Ettore Fico, inaugurato nel 2014, la Fondazione Ettore e Ines Fico si trasferisce nel quartiere Madonna di Campagna e inaugura un nuovo corso espositivo. A tenere a battesimo la nuova sede è Giovanni Termini, vincitore del Premio MEF assegnato ad Artissima 2025. Sino al 31 gennaio 2027 sarà protagonista della mostra «Giovanni Termini. La forma del non detto», a cura di Andrea Busto, realizzata in collaborazione con la Galleria MEVannucci di Pistoia. La fondazione ha scelto un luogo in periferia, alternativa alle consuete mete centrali, che coinvolgerà un pubblico nuovo. Nei suoi spazi si allestiscono mostre monografiche semestrali nelle quali un solo artista è chiamato a misurarsi con il contesto attraverso un’unica installazione site specific. «Ho sentito l’esigenza di proporre al mio pubblico mostre preziose, un po’ più meditative. Lo spazio si chiama “Caveau”, quindi richiama un luogo in cui si entra in pochi, per vedere cose preziose o dal grande valore affettivo», ha dichiarato Busto.
La scultura di Termini nasce dall’ascolto del luogo che considera un vero e proprio cantiere, un ambiente da studiare, attraversare mentalmente, per poi trasformarlo in forma. Legno, acciaio, vetro, tubi da ponteggio, oggetti quotidiani e materiali di uso comune vengono da lui sottratti alla loro funzione originaria e ricomposti in strutture instabili, paradossali, talvolta ironiche Per il nuovo Caveau torinese Termini ha realizzato tre opere, «Saturnia», «Grata» e «Starter», tre «forme» che sembrano appartenere a un vocabolario enigmatico e che proprio attraverso i loro titoli suggeriscono una seconda lettura. In «Saturnia» una struttura geometrica, articolata e componibile, assume l’aspetto di un grande tavolo con un vuoto centrale; intorno, una cena per dodici persone è evocata da ventiquattro piatti fondi, disposti a coppie, come se fossero ancora in attesa di un pasto. «Grata» mette invece in relazione cavalletti e griglie, legno e ferro, in un intreccio che ha qualcosa di fisicamente aggressivo e insieme contemplativo. «Starter», infine, porta nello spazio neon e plafoniere: elementi luminosi che sembrano pesci argentati, corpi spiaggiati e privati della loro funzione.
Giovanni Termini «Starter», Fondazione Ettore e Ines Fico, Torino 2026. © Torino, Fondazione Ettore e Ines Fico. Foto Michele Alberto Sereni
Termini crea opere che dichiarano e contemporaneamente nascondono. I nomi sono calembour, deviazioni, piccoli trabocchetti linguistici: «Grata» è insieme una struttura metallica e una parola che evoca gratitudine; «Starter» suggerisce un avvio, ma anche un oggetto tecnico; «Saturnia» apre invece un campo semantico che sembra allontanarsi dall’evidenza dell’opera. Le sculture si costruiscono attraverso contraddizioni: solidità e precarietà, ordine e squilibrio, rigore costruttivo e assurdità, funzione e inutilità.
È una «resurrezione» della materia, come suggerisce Busto, nella quale l’ironia si fa strumento per affrontare questioni più profonde come il rapporto con lo spazio, la fragilità delle strutture e l’instabilità dell’esistenza. Da Giorgio De Chirico e Marcel Duchamp fino a René Magritte e Giulio Paolini, il depistaggio dello spettatore è del resto una delle grandi strategie dell’arte contemporanea: mettere qualcosa sotto gli occhi di tutti affinché smetta di essere riconosciuto per ciò che è. Termini raccoglie questa eredità e la porta dentro una pratica scultorea fisica, concreta, persino brutale, nella quale il pensiero prende corpo attraverso materiali poveri e industriali.
Giovanni Termini «Grata», Fondazione Ettore e Ines Fico, Torino 2026. © Torino, Fondazione Ettore e Ines Fico. Foto Michele Alberto Sereni