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Francisco de Zurbarán, «San Serapione», 1628, Hartford, Wadsworth Atheneum Museum of Art, The Ella Gallup Sumner and Mary Catlin Sumner Collection Fund

© Wadsworth Atheneum Museum of Art, Hartford, Connecticut

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Francisco de Zurbarán, «San Serapione», 1628, Hartford, Wadsworth Atheneum Museum of Art, The Ella Gallup Sumner and Mary Catlin Sumner Collection Fund

© Wadsworth Atheneum Museum of Art, Hartford, Connecticut

Francisco de Zurbarán, il maestro dell’essenziale «Less is more»

La National Gallery di Londra ospita una splendida mostra monografica di cinquanta dipinti brillantemente selezionati, che rivela novità e sorprese intorno a uno dei maggiori pittori spagnoli del XVII secolo eppure spesso dimenticato

David Ekserdjian

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L'amore britannico per la Spagna è nato grazie alla Peninsular War del 1808-14, nota in Italia come la Guerra d’indipendenza spagnola. L’unione degli eserciti spagnoli (e portoghesi) con le truppe del Duca di Wellington per combattere Napoleone rappresentò l’inizio della liberazione dell’Europa dal dominio napoleonico, che si compì con la battaglia di Waterloo nel 1815. Sul piano artistico, spiega la presenza di tanti capolavori di pittura spagnola, soprattutto del Seicento, nel Regno Unito, e in particolar modo nelle collezioni di Apsley House, della Wallace Collection e della National Gallery, nelle quali, citando solo opere di Velázquez, possiamo elencare rispettivamente «L’acquaiolo di Siviglia», la «Signora con ventaglio» e la «Rokeby Venus» («Venere allo specchio»). Precisamente due secoli dopo Waterloo, nel 2015 un grandissimo specialista di arte spagnola, Gabriele, e dal 2025 Sir Gabriele, Finaldi è diventato direttore della National Gallery, dove aveva lavorato dal 1992 al 2002, quando si trasferì al Prado come vicedirettore. All’inizio della sua carriera, nella sua tesi di perfezionamento si focalizzò già su Jusepe de Ribera, e infatti la sua passione per la Spagna non rimane esclusivamente circoscritta alle sale dei musei (sua moglie, María Inés, con la quale ha avuto sei figli e vari nipoti, è infatti spagnola). Non deve sorprendere, quindi, se fino al 23 agosto una splendida mostra alla National Gallery sia dedicata a Francisco de Zurbarán (seguiranno tappe leggermente diverse al Musée du Louvre e all’Art Institute di Chicago).

Zurbarán non gode della fama di Velázquez, nemmeno di Murillo, ma è un pittore d’immensa originalità e qualità, soprattutto quando viene offerto al pubblico attraverso una scelta brillante delle sue opere più illustri. Il concetto della mostra è molto semplice: non è dominata dalla cronologia della carriera dell’artista, la cui opera è invece divisa in semplici ma nitide categorie nelle varie sale, come nei capitoli del catalogo. Una cinquantina di dipinti ci danno tempo e respiro per concentrarci sulle singole opere, e in verità con Zurbarán meno può significare più. L’opera di Zurbarán rivela la sua tendenza alla specializzazione. Negli anni Trenta del Seicento il pittore si trasferì da Siviglia a Madrid per alcuni anni e lavorò per il re Filippo IV, eseguendo una serie di dipinti sul tema delle «Fatiche d’Ercole» (due in mostra) e due raffiguranti eventi storici recenti. Talvolta ha realizzato ritratti, e, come verrà discusso in conclusione, alcune geniali nature morte, ma per il resto la sua produzione artistica fu dominata dalla pittura religiosa, anche, con la collaborazione della sua bottega, per il nuovo mercato nelle Americhe. Si presume che una serie di tele dedicate alle «Dodici tribù d’Israele» a Bishop Auckland (due in mostra) fosse destinata al Nuovo Mondo, ma alla fine fu venduta a una clientela europea. Come in questo caso, sono le figure singole a renderlo immortale, e si dividono perlopiù in una maniera affascinante tra le sue evocazioni di Cristo sulla Croce e san Francesco d’Assisi in preghiera o meditazione, sempre circondati da un nero chiaroscurale, e le sue sante vestite con costumi dai colori vivaci, come la squisita «Santa Margherita» della National Gallery.   

Dopo più di un secolo di studi sulla sua arte, si poteva immaginare che una mostra monografica su Zurbarán non sarebbe stata in grado di rivelare novità o sorprese. Al contrario, ci ha offerto da qualche angolo nascosto del Museo del Prado una «Testa colossale», che misura 246x205 cm, cautamente schedata come «attribuita a Francisco de Zurbarán», ma che grazie alla sua intensità irresistibile mi ha convinto totalmente come opera di sua mano. Inoltre, sono state presentate per la prima volta in un contesto ideale due tele riscoperte nel 2023, ognuna raffigurante un unico vaso di argilla detto «alcarraza». Sono in strettissimo rapporto con due elementi di una «Natura morta con quattro vasi» del Prado, anch’essi in mostra, dei quali devono essere studi preliminari o rappresentano ricordi autografi. Più in generale, Zurbarán ha indubbiamente eccelso nel genere della natura morta. Già nel suo tempo, non esclusivamente nei Paesi Bassi ma anche in Spagna, esistevano artisti che si specializzavano in questo genere, mentre per lui rappresentava semplicemente una delle tante frecce al suo arco. 

In numerosi dipinti di soggetto religioso, come per esempio l’intima «Famiglia della Vergine» della Colección Abelló e lo stupendo «Cristo e la Vergine nella casa di Nazaret» di Cleveland, entrambi in mostra, la natura morta fa parte di un più grande insieme. In altri casi, e in questo contesto l’indimenticabile «Natura morta con limoni, arance e una rosa» della Norton Simon Foundation a Pasadena è senza rivali, Zurbarán esegue una natura morta indipendente. È intrigante, per quanto riguarda la «Tazza d’acqua con una rosa» della National Gallery stessa, il fatto che non si sappia se sia l’unico frammento sopravvissuto di un quadro più ampio (lo stesso particolare compare anche nel dipinto Abelló) o una natura morta indipendente. La presenza in questa sezione della mostra di quattro nature morte perfettamente eseguite da Juan de Zurbarán (1620-49), il figlio di Francisco, sottolinea comunque la differenza tra un gigante e un nano, e ci fa tornare con impazienza al padre.
 

Francisco de Zurbarán, «Natura morta con quattro vasi», 1650, Barcellona, Museu Nacional d’Art de Catalunya, Bequeathed by Francesc Cambó, © MNAC - Museu Nacional d'Art de Catalunya, Barcelona

Francisco de Zurbarán, «Ercole e il toro di Creta», 1634, Madrid, Museo Nacional del Prado. © Photographic Archive Museo Nacional del Prado

David Ekserdjian, 27 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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