«A R» (1990) di Luciano Fabro, Galleria Christian Stein, Milano

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«A R» (1990) di Luciano Fabro, Galleria Christian Stein, Milano

Da Christian Stein tre rare opere di Fabro

Nella galleria milanese rivive la ricerca dell’artista dell’Arte Povera attraverso un’estetica eterogenea

In una bellissima fotografia degli anni Settanta si vede Christian Stein (in realtà lei era Margherita Stein: Christian Stein era il marito, ma un nome maschile per i collezionisti di allora era più rassicurante) nella casa-galleria di piazza San Carlo a Torino: accanto alla finestra aperta da cui si vede la facciata juvarriana della chiesa di Santa Cristina, la gallerista (Torino, 1921-2003) è seduta davanti a un grande «Alfabeto» di Kounellis. Di fronte, in primo piano, un gigantesco «Piede» di Luciano Fabro con l’«artiglio» di vetro e la «colonna» di seta. Nell’ultima sua casa, in piazza Vittorio Veneto, in una fotografia dell’anno della morte, si vede invece un’«Italia» capovolta di Fabro, appesa fra lavori di Domenico Bianchi, Jannis Kounellis e Giulio Paolini. Il sodalizio di Christian Stein con Luciano Fabro (Torino 1936-Milano, 2007) risaliva al 1967, quando lei espose per la prima volta il suo lavoro in una collettiva nella sua prima galleria torinese, in via Teofilo Rossi, e sarebbe continuato sempre, con numerose personali nelle sue gallerie (la prima nel 1975, in piazza San Carlo a Torino) e con un legame personale mai interrotto. Legame che, scomparsi entrambi, prosegue tra la galleria milanese che porta il suo nome, guidata da Gianfranco Benedetti, e l’Archivio Luciano e Carla Fabro.

Dopo la grande retrospettiva del 2016, dal 30 maggio al 12 ottobre la galleria Christian Stein (a Milano, in corso Monforte 23) espone due opere storiche di questo imprescindibile maestro del secondo Novecento, esponente di primo piano dell’Arte Povera (ma maestro anche di fatto: ha insegnato all’Accademia di Brera dal 1983 al 1995), entrambe non più viste da lungo tempo. Una, «Il giorno mi pesa sulla notte II», è stata esposta solo alla Tate Gallery di Londra nel 1997: formata da due colonne di lucente marmo scuro adagiate sul pavimento, sulle quali si accendono enigmatiche «costellazioni», e da una forma di marmo chiaro e grezzo intitolata «Sole», posta verticalmente in equilibrio su quelle, l’opera risponde, poeticamente, alle domande che l’artista si poneva sul cosmo. Come dichiarò lui stesso nel catalogo di quella lontana mostra londinese, «queste opere sono nate da un tipo di osservazione della relazione tra il cosmo e l’immagine, o tra l’ordine e l’immagine. Ciò che mi intriga è che l’immagine del cosmo è senza forma in principio e acquista una forma solo attraverso la conoscenza. Chiamo spesso questo stato d’animo quotidiano “il giorno mi pesa sulla notte”».

La seconda opera, del 1990, è a parete. Fu esposta in quell’anno nella mostra «Computers», nella prima sede milanese della galleria, in via Lazzaretto 15, e torna alla luce solo ora, con le sue due grandi e misteriose lettere «A» e «R» drappeggiate con quattro teli di garza di cotone naturale bianca intinta in inchiostri i cui colori fanno pensare a liquidi organici. Potendole allargare, si vedrebbe che sono chiazze speculari, come le macchie di Rorschach (un tema a lui caro, sperimentato già nella mostra del 1980 al Pac di Milano), il famoso test psicologico proiettivo in cui è l’osservatore ad assegnare un significato a qualcosa che significato non ha. A queste si aggiunge un lavoro del 1969, «Quid nihil nisi minus», esposta in quell’anno alla galleria La Salita di Roma, e poi, a Copenhagen, nella mostra «Charlottenburg 2000», dove il testo latino, da lui utilizzato anche in un’azione del 1969 e qui inciso su una lastra di marmo, sembra alludere al vento riduzionista che attraversava allora l’arte. Il 4 giugno, alla Casa degli Artisti, sarà intitolato a Fabro lo studio in cui ha lavorato lungamente. In mostra, «Zoppo», una sua opera del 1994.

Ada Masoero, 28 maggio 2024 | © Riproduzione riservata

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Da Christian Stein tre rare opere di Fabro | Ada Masoero

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