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Lucio Fontana, «Concetto spaziale», 1949, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

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Lucio Fontana, «Concetto spaziale», 1949, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Da Balla a Vedova, 61 opere della Gnamc ricostruiscono a Catania ottant’anni di arte italiana

Il prestito romano dialoga con l’architettura di Palazzo Valle, capolavoro del Barocco siciliano e con 7 importanti lavori della collezione permanente della Fondazione Puglisi Cosentino

Gianfranco Ferroni

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Le opere della Gnamc-Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma viaggiano per l’Italia. Dopo la mostra «Da Burri a Cattelan 1970-2025» che ha sancito l’avvio della collaborazione triennale fra la Gnamc e la Fondazione Puglisi Cosentino, ecco la seconda tappa di questa intesa con «Balla, Fontana e l’astrattismo italiano»: 61 opere del grande museo romano dialogano con l’architettura di Palazzo Valle, capolavoro del Barocco siciliano e con 7 importanti lavori della collezione permanente della fondazione catanese, dal 25 ottobre al 31 marzo 2027. La selezione di opere della Gnamc, a cura di Renata Cristina Mazzantini e Gabriele Simongini, «offre una ricca sintesi, senza pretese di esaustività, delle principali linee dell’astrattismo italiano, dai primissimi anni dieci alla fine degli anni ottanta del secolo scorso», viene sottolineato. Fra gli artisti rappresentati, protagonisti sono Giacomo Balla, Gino Severini, Alberto Magnelli, Enrico Prampolini, Fausto Melotti, Osvaldo Licini, Atanasio Soldati, Bruno Munari, Carla Accardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Achille Perilli, Giulio Turcato, Afro, Lucio Fontana, Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi, Emilio Vedova, Giuseppe Uncini, Gianni Colombo, Alberto Biasi, Grazia Varisco, Agostino Bonalumi, Ettore Spalletti, Toti Scialoja, Nunzio. Tra le opere della Fondazione Puglisi Cosentino, quelle dalle grandi dimensioni di Carla Accardi, Giovanni Anselmo e Jannis Kounellis (due) nella corte d’entrata, e poi con Accardi, Bice Lazzari, Fabio Mauri, Gastone Novelli, Antonio Sanfilippo e Paolo Scheggi nelle sale del piano nobile. 

«Le ricerche astratte italiane non sono mai fredde, scrive Gabriele Simongini, asettiche, troppo razionalmente progettate, hanno un carattere sensuale e sensorio ma sempre misurato strutturalmente e basato su una spontaneità controllata e pervasa da una fantasia armonica». Il percorso documenta quasi ottant’anni di arte italiana, «dando vita ad una delle mostre più ampie e complete mai dedicate prima d’ora all’Astrattismo italiano che, sia per la precocità della nascita che per la qualità degli esiti creativi, riveste un ruolo di primo piano nel contesto internazionale. La mostra mette a fuoco la stagione pionieristica degli anni dieci inaugurata da Balla e che tra gli altri protagonisti annovera anche Severini, Magnelli, Prampolini, Evola, per proseguire con la maturità creativa degli anni trenta rappresentata dagli artisti gravitanti intorno alla Galleria del Milione di Milano (Licini e Melotti, solo per fare due nomi) e il Gruppo di Como (Badiali, Radice, Rho)», si evidenzia.

La mostra di Catania è la prima occasione per avviare le celebrazioni che ricorderanno la costituzione, nel 1947, di tre sodalizi decisivi come «Forma 1» (una sala con Accardi, Consagra, Dorazio, Perilli, Sanfilippo e Turcato), lo Spazialismo guidato da  Fontana e «Arte d’Oggi» (Berti e Nativi) in Toscana. Ampio spazio è dato all’Informale con nomi insigni (da Afro a Burri, da Capogrossi a Vedova, da Mariani a Mastroianni, ecc.) e poi alla pittura monocroma e oggettuale (Bonalumi, Scheggi), all’arte cinetica e programmata (Alviani, Biasi, Colombo, Drei, Guerrieri, Di Luciano, Pizzo, Varisco), fino a tante personalità «non etichettabili in correnti precise», da Spalletti a Nunzio. Con un taglio al tempo stesso scientifico e divulgativo, la mostra ha come obiettivo quello di avvicinare le scuole di ogni ordine e grado all’arte astratta italiana, empatica, sensuale, sensoria ed emozionale e che rappresenta una sorta di terza via rispetto alle due linee fondamentali dell’astrazione europea: una lirica, di radice espressionista, che parte da Kandinsky e l’altra costruttiva, strutturale, geometrica che ha i suoi estremi nella radicalità «nichilista» di Malevič e nella purificazione formale di Mondrian. 

«Con questa tappa del progetto Museo Migrante, la Gnamc propone un nuovo percorso di scoperta della propria collezione, offrendo una chiave di lettura inedita: un affascinante viaggio nell’astrattismo italiano, visto come un laboratorio radicale che, nel Novecento, ha rivoluzionato la pittura dando voce all’interiorità», rileva Renata Cristina Mazzantini, che della Gnamc è direttrice. Per Gabriele Simongini, «uno dei motivi che caratterizza e dà forza all’Astrattismo italiano è l’eredità reinventata in forme nuove del Futurismo e della metafisica di Giorgio de Chirico, a cui guardano attentamente molti artisti. Inoltre viene proposto in mostra una sorta di Dna del nostro astrattismo identificabile nel concetto di “fiamma di cristallo”, cioè nel rapporto fra variabilità immaginativa del colore-luce e regolarità del modulo, esaltati dal continuum spaziale che prosegue idealmente oltre i limiti della tela per evocare un frammento del divenire vitale e un “infinito finito” che ambisce ad una ininterrotta espansione ambientale». Per Alfio Puglisi Cosentino, «questa mostra segna la seconda tappa di una sinergica collaborazione triennale fra la fondazione e il grande museo romano che rappresenta una novità assoluta per la nostra regione e che assume una valenza nazionale. L’attuale evento espositivo, dedicato all’Astrattismo italiano, risponde perfettamente alla mission della nostra fondazione: operare a favore dell’arte senza barriere temporali, con fini di studio, educazione e diletto, promuovendo le relazioni tra artisti e pubblico, anche di non addetti ai lavori, e contribuendo alla trasformazione virtuosa del nostro territorio».

Giuseppe Capogrossi, «Superficie 600», 1967, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Gianfranco Ferroni, 23 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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