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Laura Lombardi
Leggi i suoi articoliSi inaugura oggi, 14 ottobre, alla Casa Museo dell’Antiquariato Ivan Bruschi di Arezzo la mostra «Figure del ’900. Da Balla a Severini, de Chirico e Oppi. Opere dalle Collezioni Gallerie d’Italia-Intesa Sanpaolo» (fino al 31 maggio 2027), organizzata e promossa dalla Fondazione Ivan Bruschi, parte del patrimonio culturale di Intesa Sanpaolo, con la Fondazione CR Firenze. Il progetto espositivo nasce da un’idea di Carlo Sisi, conservatore della Fondazione, ma è curato da Paolo Bolpagni, cui chiediamo di raccontarcene intenti e specificità: «La mostra, che riunisce 30 opere, ha un taglio critico ben preciso, che tenta di scardinare alcuni assunti invalsi, ma che sono invece spesso artificiosi. In ormai oltre dieci anni di direzione della Fondazione Ragghianti credo di avere inevitabilmente assorbito un po’ del magistero di Ragghianti, e desidero quindi uscire da una narrazione consueta, manualistica, che vede la storia dell’arte come un succedersi di “ismi”, come se tutta la prima metà del ’900 fosse il susseguirsi, quasi meccanico, di avanguardie e poi di ritorno all’ordine. Contano le singole individualità, piuttosto. La scelta delle opere vuole evidenziare come ci sia una sostanziale continuità nell’ancoraggio a una forma tradizionale, variamente declinata con fedeltà ai valori plastici, per usare la classica espressione che diede il nome alla rivista, e a quelli tonali. Di Giacomo Balla e Gino Severini, per esempio, ho scelto opere della stagione post futurista, per sottolineare come essi continuino a operare anche dopo il periodo più noto, senza che per questo si tratti di una fase di decadimento. È proprio necessario scegliere una griglia interpretativa diversa, non ragionare in termini di avanguardia e retroguardia, come invece è stato molto in uso fare».
Diverse sono anche le provenienze: la mostra presenta artisti quasi ignoti al grande pubblico che vengono da luoghi più decentrati dell’Italia. Una volontà, ora molti in voga, di dar più risalto a ciò che prima era considerato «minoranza»?
Non mi riconosco in questo aspetto modaiolo, ma direi piuttosto che si tratta di un recupero fondato sulla qualità estetica delle opere e rivolto alla dialettica tra centro e periferia, restituendo un panorama dell’Italia di quegli anni geograficamente più coerente, dalla Venezia Giulia di Argio Orell all’Abruzzo di Tommaso Cascella, passando per la Lombardia di Arturo Tosi e Pio Semeghini, la Toscana di Ardengo Soffici, Ottone Rosai e Armando Spadini, la Campania di Giovanni Brancaccio, Manlio Ciani e Carlo Siviero…
Si tratta di opere perlopiù figurative, e spesso il figurativo in quei decenni è identificato col ritorno all’ordine, quindi con un’arte di regime: eppure questo taglio in mostra non appare.
Per molti artisti non fu affatto un ritorno all’ordine, ma un’evoluzione, un avanzamento, un passo avanti nella ricerca stilistica. La situazione è molto più sfumata: sono percorsi interni allo sviluppo creativo di ciascuno. Quando de Chirico dipinge i cavalli in riva al mare, per esempio, cambia rispetto ai manichini della stagione metafisica, ma non c’entra la volontà di adeguarsi alla situazione politica. Mi è piaciuto anche scardinare certi luoghi comuni, come quello della pittura partenopea tutta colore e luce: la triade di Siviero, Ciani e Brancaccio ci rivela tre figure che operano con una predominanza di toni bassi, nella gamma perlopiù dei grigi, tanto che avrebbero ben dialogato, nel loro accento introspettivo, con le opere del danese Vilhelm Hammershøi, di cui ho curato una mostra a Rovigo a Palazzo Roverella l’anno scorso. La figurazione che prevale in mostra è quella antimonumentale, con un tratto intimista, salvo forse in opere come l’«Idillio cadorino» di Ubaldo Oppi.
La mostra ha sezioni tematiche?
È un racconto perlopiù cronologico, dove non soltanto si scoprono artisti poco noti, ma anche artisti noti con opere più insolite e impreviste: dall’Umberto Boccioni prefuturista, a Piero Marussig che raffigura un cantiere milanese, a un Mario Sironi degli anni Venti quasi umoristico, a un Achille Funi che si autoritrae con una sprezzatura che ricorda quasi Carlo Levi. Disorientiamo un po’ lo spettatore, lo invitiamo ad assumere uno sguardo più laterale, per così dire. Al centro del percorso abbiamo una sala dedicata al trentino Luigi Gigiotti Zanini, con opere degli anni Trenta e Quaranta, di grande nitore geometrico (era anche architetto), con rimandi neoquattrocentisti. Fino ad arrivare poi a Mario Mafai, con il dipinto che raffigura la basilica romana di san Lorenzo coi danni provocati dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, o a quelli di Francesco Trombadori dei primi anni Cinquanta o di Gregorio Sciltian, singolare personaggio che ripropone una pittura che omaggia de Chirico, il Surrealismo e il Realismo magico, con una tecnica pittorica lenticolare.
Prima abbiamo parlato della figura umana: ma la mostra ha anche vari dipinti di paesaggio.
Sì, potremmo dire che ci sono due orientamenti: il paesaggio inteso più come costruzione, e penso per esempio alla «Marina» di Trombadori e al «Cantiere» di Marussig, oppure il paesaggio che interessa per l’espressione dei valori tonali, come vediamo nelle opere di Tosi e Semeghini.
In apertura lei citava Ragghianti, perché?
Perché Carlo Ludovico Ragghianti nel 1967 curò un’importante mostra a Firenze intitolata «Arte moderna in Italia 1915-1935», pionieristica per l’epoca, nella quale espose a Palazzo Strozzi anche artisti che avevano operato sotto il regime fascista, lui che non poteva certo essere accusato di revisionismo, essendo stato un protagonista della Resistenza e un capo partigiano.
Ha una sua opera prediletta in mostra?
«Quella del lupo e della rosa» del triestino Argio Orell, che fu allievo di Franz von Stuck a Monaco di Baviera: è il ritratto della moglie col suo cane, del 1919, e la considero un capolavoro.
Giacomo Balla, «Magnolie che si specchiano», 1938, Collezione Gallerie d’Italia-Intesa Sanpaolo