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Roberta Bosco
Leggi i suoi articoli«Consultorio mitologico», annuncia l’insegna e la sua fredda luce bianca pervade uno spazio vagamente inquietante, un ibrido tra una cabina telefonica e una macchina del tempo, con un’estetica da film di fantascienza anni Settanta. Al suo interno un apparato vintage a metà tra un vecchio telefono e un fax attende i visitatori per rispondere alle loro domande più intime e profonde attraverso i miti del passato e del presente.
Si tratta di un’installazione interattiva del collettivo Mito, formato da Enrique Baeza e Quim Bonastra, esposta a Venezia, dall’8 maggio al 22 novembre, come evento parallelo della Biennale Arte e del Festival del Cinema, nell’Hotel Monaco & Grand Canal in piazza San Marco, che per la prima volta nella sua storia accoglie un progetto artistico. L’installazione dal fascino retrò è sostenuta dalla Fondazione Loffredo di Napoli e dalla Fondazione Lluís Coromina, una delle grandi collezioni private spagnole, che l’ha acquistata per il museo che il mecenate e collezionista aprirà entro il 2030 vicino al lago di Banyoles, nella provincia catalana di Girona. Dal punto di vista concettuale l’opera si inserisce perfettamente nel tema della Biennale di Venezia 2026, «In Minor Keys», sulle voci inascoltate e i sussurri dell’anima.
«Il Consultorio mitologico funziona come una guida per tempi incerti, offrendo interpretazioni ambigue come l’epoca in cui viviamo. È una riflessione su come cerchiamo risposte, recuperando al contempo la tradizione storica degli oracoli e dei sistemi di consultazione simbolica», spiega Enrique Baeza, che da anni si dedica allo studio dei miti radicati nel nostro immaginario collettivo che continuano a plasmare i nostri comportamenti e le nostre convinzioni. «Porre domande per avere risposte immediate è diventato uno dei gesti abituali della vita contemporanea. Porre una domanda, attendere qualche secondo e ricevere una risposta è ormai una dinamica automatizzata. Il Consultorio mitologico riprende questo gesto, ma ne sposta l’attenzione: la consultazione rimane, ma l’entità che risponde è estranea alla certezza tecnologica, restando ambigua, simbolica e aperta all’interpretazione, così come lo erano i vaticini delle sibille, profeti e chiaroveggenti», continua l’artista che non si limita a segnalare i miti, ma interviene su di essi, li riconfigura e li restituisce alla sfera pubblica in nuove condizioni di interpretazione e utilizzo. In questo caso attraverso un artefatto che invita il visitatore a porre una domanda attraverso un telefono, che attinge a archetipi, miti antichi e idoli della cultura contemporanea per fornirgli una risposta per scritto, come se si trattasse dello scontrino di un registratore di cassa.
«Guardare al futuro richiede inevitabilmente uno sguardo al passato. I miti hanno accompagnato tutte le civiltà come strutture invisibili che organizzano il pensiero, il desiderio e l’esperienza. Non appartengono a un’epoca remota ma, trasformati, continuano a operare nelle attuali forme di conoscenza. Venezia, che ha costruito la sua identità sulla tensione tra il sacro e il profano, con la sua atmosfera quasi surreale intensifica la percezione del Consultorio. L’opera ci invita a giocare con le divinità, ad attivare un oracolo contemporaneo mediato da una tecnologia invisibile e ad accogliere una forma di conoscenza che si propone come indipendente da qualsiasi imposizione», afferma Giovanna Cicutto, curatrice dell'installazione insieme al colombiano Álex Brahim. «Presentare quest’opera a Venezia in un hotel attraversato dalla storia come il Monaco, che incarna la continuità tra passato e presente caratteristica di questa città, aggiunge un ulteriore livello di significato. In questo contesto, la consultazione diventa un’esperienza, la risposta un oggetto e il mito uno strumento per orientarsi nell’incertezza contemporanea», continua Cicutto, ex moglie di Lorenzo Quinn e project manager dei suoi progetti pubblici monumentali a Venezia.
Il Consultorio Mitologico risponde a tutte le domande eccetto quelle legate alla salute. L’idea è invitare le persone a interrogarsi su ciò che non viene messo in discussione, se non da streghe e indovini. «Il potere fa di tutto per impedirci di mettere in discussione qualsiasi cosa. Prevale il linguaggio offensivo della propaganda. Nella cultura dell’abuso, il peggiore è quello del linguaggio. Per noi, i miti includono sia divinità ed eroi classici, sia stereotipi e idoli moderni. Quest’opera è uno strumento per difendere le voci che vengono soffocate», aggiungono gli artisti. «Esistono luoghi che non solo ospitano un’opera d’arte, ma le danno vita. Venezia è uno di questi. Non è solo il luogo in cui l’opera viene presentata, ma è la condizione stessa che la rende possibile», conclude la curatrice.
«Consultorio Mitologico» del collettivo Mito nell’Hotel Monaco & Grand Canal in piazza San Marco (Ve). Foto Beatriz Mínguez