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Dettaglio di «Globo» di Claudio Parmiggiani, 1968

Courtesy Archivio Claudio Parmiggiani and Bortolami Gallery

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Dettaglio di «Globo» di Claudio Parmiggiani, 1968

Courtesy Archivio Claudio Parmiggiani and Bortolami Gallery

Cartografie dell’incertezza

Alla Thomas Dane Gallery di Napoli, una mostra che smonta la mappa come strumento neutrale e la restituisce a immaginazione, potere e memoria

Margherita Panaciciu

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Con la mostra «Atlante», dal 3 febbraio al 2 maggio, la Thomas Dane Gallery di Napoli presenta un percorso espositivo che da una parte interroga la mappa come dispositivo di rappresentazione mentre dall'altra l’assume come forma mentale e poetica. Curata da James Lingwood, l’esposizione si articola come una costellazione di pratiche che attraversano generazioni, geografie e media diversi, tenute insieme da un gesto comune: smontare l’illusione dell’atlante come strumento neutrale di conoscenza per restituirlo alla sua natura fragile, immaginaria e profondamente umana.

Il titolo rinvia direttamente a un momento fondativo della riflessione artistica sulla cartografia contemporanea: le opere realizzate da Claudio Parmiggiani tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in cui il mondo viene ridotto a sagoma, a simulacro, a oggetto ironicamente inadeguato. Le mappe dipinte sui fianchi delle mucche, il mappamondo gonfiabile intrappolato nel vetro, il globo sgonfio fotografato per il portfolio «Atlante» (1970) mettono in crisi l’idea di totalità e controllo insita nel gesto cartografico. È un mondo che non sta fermo, che perde aria, che si deforma. Non è casuale che a fotografare queste opere fosse Luigi Ghirri, che pochi anni dopo realizza il suo «Atlante» (1973): una serie di immagini tratte da un vero atlante geografico, ma così ravvicinate da perdere ogni funzione descrittiva. Oceani, deserti e catene montuose diventano superfici mentali, luoghi della fantasticheria più che della misurazione.

Questo doppio gesto originario, concettuale e fotografico, agisce come matrice invisibile dell’intera mostra che, in definitiva, non propone una storia della mappa ma una sua deriva. Le opere riunite da Lingwood si muovono infatti in uno spazio in cui la cartografia si dissolve in flusso, memoria, corpo, conflitto. Il libanese Akram Zaatari affronta direttamente il Mediterraneo, ma lo fa sottraendolo alla rigidità geopolitica delle sue coste. Nella serie «YM» (2024–25) il mare emerge come spazio fluido di transito e scambio, luogo instabile in cui le traiettorie umane prevalgono sulle linee di confine. I tondi lignei di «Mediterranean Ruins» (2024–in corso) evocano mappe arcaiche, frammenti di città e territori come se fossero rovine mentali, tracce circolari di una storia continuamente riscritta.

 

Claudio, Parmiggiani, «Globo», 1968. Courtesy Archivio Claudio Parmiggiani and Bortolami Gallery

Anri Sala lavora sul confine tra naturale e artificiale nella serie «Maps/Species» (2014–in corso), dove i profili distorti degli Stati nazionali si intrecciano alle incisioni di creature marine tratte da trattati sette-ottocenteschi di storia naturale. Le forme «innaturali» dei Paesi, piegate per adattarsi al formato della stampa, rivelano la violenza implicita nella costruzione dei confini: la mappa come atto di potere, non come semplice descrizione. Il superamento della cartografia convenzionale trova una potente traduzione materiale nelle opere tessili dell’artista sudafricano Igshaan Adams. Utilizzando immagini satellitari di Google Maps, l’artista traccia le «linee del desiderio», i percorsi informali creati dall’uso quotidiano, nelle township di Città del Capo. Nel nuovo grande arazzo «Keeping Light» (2025), la griglia astratta della mappa si scioglie in una superficie vibrante, attraversata da fili metallici e nuvole dorate sospese, in cui memoria e movimento diventano elementi strutturali. Anche Emma McNally costruisce mappe senza coordinate stabili. Nei grandi disegni a grafite della serie «Choral Fields», movimenti tettonici, oceanici, sonori e atomici si sovrappongono in una stratificazione segnica che restituisce la complessità turbolenta del presente. La sua è una cartografia sensibile, che registra forze invisibili e tensioni geopolitiche più che territori riconoscibili. I disegni di Tatiana Trouvé spostano ulteriormente il campo: qui la mappa non è più geografica, ma psichica. Nella serie «Les Dessouvenus» (2025–26), le forme generate dall’azione della candeggina sulla carta diventano paesaggi interiori, mondi instabili che emergono e svaniscono come ricordi o sogni. Il viaggio che queste opere tracciano è un continuo andirivieni tra interno ed esterno, tra ciò che è stato dimenticato e ciò che insiste nel riaffiorare.

Infine, il fotografo e scrittore americano Teju Cole affronta il tema della mappatura come questione epistemologica e politica. Nella serie fotografica «Light Sleeper» (2019–2025), le lavagne cancellate delle aule universitarie rivelano tracce residue: griglie, campi, costellazioni. Questi segni fantasmatici, simili a mappe celesti, interrogano i meccanismi della conoscenza e del silenzio, sollevando domande su chi ha il diritto di tracciare il mondo e chi ne resta escluso. La collettiva si configura così come una mostra profondamente contemporanea, non perché rappresenti il mondo così com’è, ma perché ne accetta l’instabilità. Come nei lavori pionieristici di Parmiggiani e Ghirri, la mappa non è mai definitiva: è un dispositivo fragile, attraversato da immaginazione, potere, memoria e desiderio.

Margherita Panaciciu, 21 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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