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Spettatori assistono a una gara di salto con gli sci al Trampolino Italia, 29 gennaio 1956

Fotografia di Publifoto, Csac, Università di Parma

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Spettatori assistono a una gara di salto con gli sci al Trampolino Italia, 29 gennaio 1956

Fotografia di Publifoto, Csac, Università di Parma

Berengo Gardin e Olimpiadi invernali 1956: doppio appuntamento fotografico alle Gallerie d’Italia-Milano

Lo sguardo del fotografo ligure nello studio di Morandi e il ritratto dell’Italia del boom durante i Giochi olimpici che ebbero luogo a Cortina, negli scatti conservati nel fondo e nell’Archivio Publifoto di Intesa Sanpaolo

Ada Masoero

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Il progetto espositivo diffuso «Metafisica/Metafisiche», curato da Vincenzo Trione, si dirama da Palazzo Reale in una costellazione di mostre che trovano posto nel Museo del Novecento, nella Grande Brera-Palazzo Citterio e nelle Gallerie d’Italia-Milano, in Piazza Scala, che dal 28 gennaio al 6 aprile presentano «Gianni Berengo Gardin. Lo studio di Giorgio di Morandi», un duplice omaggio: a Giorgio Morandi (1890-1964) in primo luogo, di cui, in quella serie di scatti, il maestro della fotografia seppe restituire con stupefacente sensibilità il metafisico silenzio dello studio bolognese di via Fondazza 36, ma anche allo stesso Gianni Berengo Gardin (1930-2025), scomparso nello scorso agosto. Curata anch’essa da Vincenzo Trione, la mostra esibisce il «viaggio in una stanza» compiuto da Berengo in quella sorta di solitaria cella monastica dove Morandi lavorava, nell’appartamento in cui visse fino alla fine della vita. Restaurato e «riattivato»,  dal 2009 lo studio è oggi nuovamente visibile proprio nella casa di via Fondazza, nel museo Casa Morandi, gemmazione del Museo Morandi. Quello studio, però, Berengo, lo fotografò prima che nel 1993 venisse smantellato e temporaneamente ricomposto nel Museo Morandi (allora in Palazzo d’Accursio), con i pochi mobili, la stufa, il cavalletto, i vasi, le bottiglie, le conchiglie, i modelli di studio che trovavano posto nell’atelier e nel ripostiglio, come era ai tempi in cui lui viveva lì, con le sorelle-vestali.  

Le immagini di Berengo Gardin (pubblicate nel volume Lo studio di Giorgio Morandi con testo di Marilena Pasquali) mostrano perciò quei muri fuligginosi quando ancora portavano i segni della presenza del maestro bolognese ma più ancora (e al di là di ogni feticismo) provano la consonanza tra i loro due linguaggi, capaci entrambi di sospendere il tempo e regalare magia e stupore a ciò che è ordinario.

Poco dopo, dal 6 febbraio al 3 maggio, in contemporanea con i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026, di cui Intesa Sanpaolo è Banking Premium Partner, le Gallerie d’Italia-Milano presentano anche la mostra «La strada per Cortina. VII Giochi Invernali 1956» curata da Aldo Grasso, che nel comporla ha attinto ai fondi Publifoto dello Csac-Università di Parma e all’Archivio Publifoto Milano, quest’ultimo acquisito nel 2015 da Intesa Sanpaolo (che, oltre alla conservazione, sta provvedendo alla digitalizzazione e pubblicazione online dei suoi sette milioni d’immagini). Il taglio impresso dal curatore al percorso espositivo, che riunisce 86 fotografie (84 in bianco e nero e due a colori), pur documentando le imprese più spettacolari degli atleti impegnati nelle gare (esemplari quelle dei salti dal trampolino), punta però a offrire in primo luogo un ritratto di quell’Italia del boom che, esattamente 70 anni fa, ospitava le sue prime Olimpiadi invernali, e si propone quindi come un documento sociologico (e antropologico) di un Paese che usciva faticosamente ma orgogliosamente dalla guerra. C’è il gregge di pecore che, nell’ottobre 1955, pascola ai piedi del cantiere del «Trampolino Italia» e c’è l’operaio che, arrampicato su un’autoscala, monta in una strada di Cortina il semplice simbolo dei cinque cerchi olimpici. C’è il cannone che spara via la neve dalle strade del paese (e non, come accade oggi, per innevare le piste) e ci sono le decine di massicce valigie di cuoio, depositate in albergo dai turisti sovietici, provenienti cioè d’«oltrecortina» (non nel senso del paese ampezzano ma nel senso della «cortina di ferro», che ai tempi della Guerra fredda divideva come e più di una catena montuosa l’Occidente dai Paesi comunisti): certo maggiorenti del Pcus, ché per gli altri era ben difficile uscire dai confini dell’Urss. C’è il bancone dei servizi di «telestampa, telegrammi e radiostampa» nel centro allestito all’Albergo Savoia, con il reparto telescriventi, e ci sono la «tribuna» (un trabiccolo scoperto, in mezzo alla neve) riservata agli operatori Rai e la pista di pattinaggio sul ghiaccio sul Lago di Misurina. E poi, le nuovissime stazioni di sevizio Esso e Agip, gli ingenui cartelli pubblicitari della Coca Cola, delle bibite Crodo, del Nescafé, delle tv Philips. E c’è ovviamente, timida e tutt’altro che mirabolante, la cerimonia di chiusura dei Giochi, il 6 febbraio 1956: settant’anni che sembrano un’era geologica.

Gianni Berengo Gardin, «Lo studio di Giorgio Morandi, Bologna 1993». Eredi Gianni Berengo Gardin

Ada Masoero, 26 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

Berengo Gardin e Olimpiadi invernali 1956: doppio appuntamento fotografico alle Gallerie d’Italia-Milano | Ada Masoero

Berengo Gardin e Olimpiadi invernali 1956: doppio appuntamento fotografico alle Gallerie d’Italia-Milano | Ada Masoero