Guerreiro do Divino Amor (Svizzera)

Foto: Samuele Cherubini

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Guerreiro do Divino Amor (Svizzera)

Foto: Samuele Cherubini

BIENNALE ARTE 2024 | Un giardino di cloni, profumi e rumori

In una geografia ridisegnata, l’arte visiva coinvolge tutte le nostre facoltà sensoriali. E mentre un dragone cinese approda nel Nord Europa, una scultura cinetica risuona in Giappone e i profumieri sono al lavoro in Corea. Temi principali, il colonialismo e l’ambientalismo

I concetti e le linee guida proposti dal curatore Adriano Pedrosa hanno ispirato un ampio spettro di interpretazioni nell’organizzazione delle mostre presentate dai Padiglioni nazionali. Sebbene siano un’entità ormai obsoleta in un contesto globalizzato, caratterizzato da continui scambi, migrazioni e dialoghi, i Padiglioni nazionali possono ancora fungere da punto di partenza per la messa in discussione della loro stessa natura e per dare un input utile alla lettura delle mostre che ospitano, come nel progetto presentato dal Catpc, Cercle d’Art des Travailleurs de Plantation Congolaise (Lega d’Arte dei Lavoratori delle Piantagioni Congolesi) che crea un gemellaggio tramite diretta livestream tra il Padiglione dei Paesi Bassi e il White Cube di Lusanga, sede del collettivo (il 29 aprile è morto all’Ospedale dell’Angelo a Mestre, all’età di 55 anni, Blaise Mandefu Ayawo, uno dei membri del Catpc). 

Dal 2014, il Catpc usa i proventi della vendita delle sue opere per acquistare le terre delle piantagioni di olio di palma dalla multinazionale britannico-olandese Unilever. Ad oggi, sono riusciti a recuperare 200 ettari di terreno, che vengono rigenerati e coltivati per fornire sostentamento alla comunità di Lusanga. In mostra sono esposte una serie di sculture realizzate originariamente con argilla proveniente dalle piantagioni riconvertite. Queste vengono successivamente scannerizzate in 3D, e i file inviati a un laboratorio di Amsterdam, dove vengono stampate in una miscela di cacao, zucchero e olio di palma. Queste sculture, definite dal collettivo «cloni magici», raffigurano personaggi simbolici del presente («Il Collezionista d’Arte», diviso tra la possibilità di condividere i suoi tesori o tenerli per sé), o atrocità subite in passato («Amore Forzato» raffigura un atto di violenza carnale perpetrato nel 1931 da un agente coloniale belga della Lever Brothers), o sculture sacre saccheggiate durante l’era coloniale («Cubi Bianchi a Lusanga»). Una di queste, la scultura Balot, è stata recentemente restituita al Congo dal Virginia Museum of Fine Arts, ed è visibile attraverso la diretta streaming con Lusanga. 

Kapwani Kiwanga (Canada). Foto: Valentina Mori. © Kapwani Kiwanga/Adagp Parigi/Carcc Oxawa 2024

Conterie muranesi in Canada e melodie arabe in Egitto

Kapwani Kiwanga interviene con grande eleganza sul difficile spazio spiraliforme del Padiglione del Canada, ricoprendolo interamente di conterie, perline in vetro di Murano che, in passato, furono usate come valuta dai commercianti europei. Le conterie venivano offerte alle popolazioni Africane e delle Americhe in cambio di oro, avorio, legni preziosi e umani in schiavitù. La rarità, il processo di produzione segreto e la loro provenienza rendevano le conterie particolarmente preziose, tanto da diventare una forma di moneta tra le popolazione con cui venivano scambiate. Osservarne a migliaia, sapendo che sono fatte di sabbia e ossidi di metallo, non può che farci riflettere sui meccanismi che portano ad attribuire valore a un oggetto, e il peso che queste decisioni hanno avuto a livello sociale nel commercio transoceanico.

Wael Shawky, la cui ricerca affonda nei rapporti tra storia e patrimonio culturale del mondo arabo, indagando la zona di dubbio che intercorre tra i fatti e la loro mitizzazione, propone per il Padiglione dell’Egitto una delle opere più apprezzate dal pubblico, che durante i giorni di opening  ha formato lunghe code per assistere al video «Drama 1882», un musical sulla sommossa popolare di Urabi contro il dominio imperiale inglese. Sullo sfondo di scenografie teatrali da fiaba, decine di comparse si muovono in sincrono scandendo strofe su melodie arabe in 3/4. Quello che colpisce, rispetto ai precedenti lavori dell’artista, è che in «Drama 1882» non sono impiegate marionette o attori mascherati, ma attori intenzionalmente senza espressione che si muovono come marionette, esprimendo emozioni solo in maniera corale attraverso le coreografie. Mentre percorriamo il racconto degli avvenimenti che da una rissa in un caffè culminò nel massiccio bombardamento di Alessandria, riflettiamo sulla crudeltà del dominio britannico e sui pretesti addotti per legittimare i conflitti, attraverso un’opera ipnotica e di rara immediatezza estetica.

Wael Shawky (Egitto). Foto: Matteo de Mayda. Cortesia di La Biennale di Venezia

La «Svizzera capitolina» e l’aromatica Hong Kong

Impiegando la logica del ribaltamento propria del carnevale, Guerreiro do Divino Amor scardina le narrazioni di identità nazionale identificandole come finte costruzioni e mettendo in ridicolo i cliché con cui queste vengono solitamente identificate. Nel Padiglione della Svizzera l’artista svizzero-brasiliano presenta due progetti, rispettivamente il sesto e il settimo capitolo del suo progetto in divenire «Superfictional World Atlas»: «Il Miracolo di Helvetia» è proiettato sulla cupola di un edificio neoclassico, un misto tra una chiesa, una banca, un tribunale e la facciata del Padiglione Centrale dei Giardini, ed è dedicato a una minuziosa demolizione del concetto di «Svizzera»; in «Roma Talismano», presentato su un sistema di ventole olografiche 3D, l’artista e performer Ventura Profana, con sei mammelle come la lupa capitolina, canta, su composizioni musicali barocche, strofe che vanno a minare i concetti e i simboli su cui si basa la presunta superiorità della cultura occidentale. Se in un primo momento si rimane sbalorditi dall’abbondante uso di un’estetica ispirata ai video musicali, al linguaggio delle soap opera e alla cultura pop, a una visione più attenta ci si rende conto della seria e approfondita ricerca svolta dall’artista, e dalla sua capacità quasi alchimistica di tradurre concetti, fatti e connessioni legati alla geopolitica in simboli apparentemente distanti dal loro significato originario. 

Lap-See Lam (Paesi Nordici). Foto: Matteo de Mayda. Cortesia di La Biennale di Venezia

La Cina è un Paese Nordico

Il Padiglione dei Paesi Nordici presenta uno dei lavori più riusciti dell’intera Biennale, un progetto di stratificata complessità di media, influenze e narrazioni multilinguistiche, in un’armoniosa unione tra folklore, tradizioni e contemporaneità. «The Altersea Opera» è un’opera lirica in tre atti scritta e diretta dall’artista svedese Lap-See Lam, con musiche del compositore norvegese Tze Yeung Ho e costumi dell’artista finlandese Kholod Hawash, con la collaborazione di attori, musicisti e cantanti liriche. Il progetto è ispirato da una storia surreale ma vera: nel 1991, l’imprenditore svedese-cinese Johan Wang costruisce un’enorme nave ristorante adornata da un’enorme testa di drago a prua e da una coda fiammeggiante a poppa (elementi recuperati da Lap-See Lam e che troviamo ai due ingressi del Padiglione), con cui parte alla volta di Shanghai, toccando nel tragitto varie città europee. L’impresa fallisce, e la nave viene riconvertita in casa dei fantasmi per un luna park di Stoccolma. L’artista unisce queste suggestioni in una storia in cui la versione futura e passata di Lo Ting, un personaggio metà umano e metà pesce del folklore della Cina meridionale, intraprendono un viaggio verso Porto Profumato d’Incenso (la traduzione letterale di «Hong Kong»). 

Eva Kotátková (Repubblica ceca). Foto: Matteo de Mayda. Cortesia di La Biennale di Venezia

Oto Hudec (Repubblica slovacca). Foto: Matteo de Mayda. Cortesia di La Biennale di Venezia

Com’è triste una giraffa a Praga

La collaborazione è anche alla base dei progetti presentati dal Padiglione della Repubblica Ceca e della Repubblica Slovacca: solitamente i due Paesi tengono le mostre a bienni alterni; quest’anno, in vista di una ristrutturazione dello spazio espositivo, hanno deciso di esporre insieme. L’artista ceca Eva Kotátková presenta l’installazione «Il cuore di una giraffa in cattività pesa dodici chili in meno» all’interno del Padiglione, mentre il progetto «Floating Arboretum» dello slovacco Oto Hudec si sviluppa sulle pareti esterne. Coerentemente, il lavoro di Kot’átková consiste in un metaforico viaggio interiore che si formalizza nella riproduzione di grosse sezioni percorribili del collo della giraffa Lenka, la prima giraffa portata in Cecoslovacchia dal Kenya e sopravvissuta in cattività per soli due anni. Dipinti sulle pareti esterne del padiglione, Hudec presenta un archivio di alberi in pericolo, consultabile online tramite la scansione di un Qr code. 

Il Padiglione della Corea presenta un panorama idealmente vastissimo in uno spazio quasi completamente vuoto: Koo Jeong A ha costruito un ritratto olfattivo corale della penisola coreana. L’artista, in collaborazione con esperti profumieri, ha sintetizzato più di 600 descrizioni di ricordi olfattivi che coreani e non avevano del Paese in 17 fragranze esperibili negli spazi del Padiglione. In un primo momento, appena entrati nello spazio espositivo, si percepisce un unico odore, con picchi più intensi in alcune zone, ma con il tempo, e con un leggero sforzo di concentrazione, il nostro naso inizia a distinguere le varie fragranze. I profumi sono rilasciati nell’aria da piccole sfere nascoste nelle travature. In una mostra così eterea e raccolta, in cui la mente può connettersi in assonanza con i ricordi di centinaia di altre mentre guardiamo le piante dei Giardini dalle ampie vetrate del Padiglione, sembrano un po’ fuori luogo la scultura di un personaggio a braccia spalancate e delle panchine di legno a forma di anello di Möbius.  

Anche il Padiglione del Giappone presenta un progetto di Yuko Mohri incentrato sulla smaterializzazione, in questo caso non solo olfattiva ma anche acustica. Nello spazio troviamo una serie di fontane ispirate ai vari modi in cui il personale di servizio delle stazioni della metropolitana di Tokyo cerca di fermare le perdite d’acqua, frequenti in una città ad alto rischio sismico, usando oggetti di uso comune come teli, bottiglie di plastica, tubi o secchi. Questi elementi sono connessi a campanelli, sonagli e componenti di batteria, a formare una scultura cinetica sonora espansa comandata dallo scorrere dell’acqua. Una seconda installazione è composta da frutta a cui sono connessi degli elettrodi: il mutare delle condizioni di umidità interna viene tradotto in suoni e impulsi luminosi. In un gesto semplice, poetico ed elegante il deperimento della frutta si trasforma in luci, suoni e odori che pervadono lo spazio, un tanto flebile quanto potente atto di bellezza ispirato dal decadimento naturale e dalla precarietà delle costruzioni umane.

Koo Jeong A (Corea). Foto: Mark Blower. Cortesia di Pilar Corrias, Londra e Pkm Gallery, Seul

Yuko Mohri (Giappone). Foto: Matteo de Mayda. Cortesia di La Biennale di Venezia

Matteo Mottin, 10 maggio 2024 | © Riproduzione riservata

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