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Camilla Bertoni
Leggi i suoi articoliDopo tanto tempo una mostra che permette di ricostruire l’opera e l’artista nella sua completezza, andando oltre la sola, più nota, produzione grafica, e al fatto di essere il migliore allievo del padre, Giambattista Tiepolo: «Giandomenico Tiepolo (1727-1804). Un mondo nuovo» (catalogo Allemandi), a cura di Carolina Brook, Valter Curzi e Fabrizio Magani è allestita alle Gallerie d’Italia-Vicenza dal 9 ottobre al 17 gennaio 2027 con un percorso che rappresenta una rilettura complessiva della produzione dell’artista figlio d’arte. La mostra, realizzata con il patrocinio del Comune di Vicenza e in collaborazione con il Martin von Wagner Museum der Universität Würzburg, presenta una settantina di opere provenienti da importanti musei, tra gli altri il Prado di Madrid, il Louvre di Parigi, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, la Morgan Library & Museum di New York, il Martin von Wagner Museum dell’Università di Würzburg, lo Statens Museum for Kunst di Copenaghen, l’Istituto Centrale per la Grafica di Roma.
Carolina Brook, da quanto tempo mancava una mostra che restituisse l’autonomia artistica e il ritratto umano a un maestro rimasto a lungo all’ombra del padre?
In Italia mancava da moltissimo tempo, perché l’attenzione è stata spesso focalizzata su Giambattista Tiepolo: avendo il figlio Giandomenico lavorato quasi sempre al seguito del padre nelle grandi imprese decorative italiane ed europee, la sua immagine è stata oscurata. Proprio dalla mostra che tra il 2020 e il 2021 le Gallerie d’Italia-Milano hanno dedicato al padre Giambattista, è scaturita la volontà di indagare sull’arte del figlio nell’occasione dei 300 anni dalla sua nascita, collocandola nello specifico quadro socioculturale della Venezia della seconda metà del Settecento, fino alla caduta della Serenissima sotto il dominio francese. Giandomenico si trova a dover affrontare, dopo la morte del padre avvenuta in Spagna nel 1770, il crollo dei riferimenti culturali che avevano favorito la fortuna del suo maestro: Giandomenico torna a Venezia e il ripiegamento di quella società lo racconta dall’interno, nei comportamenti sociali che oscillano in modo isterico dalla totale euforia del Carnevale, con i balli e le feste, alla percezione sinistra di un mondo che sta cadendo a pezzi. Per noi curatori era inoltre importante far capire quanto si ripetano corsi e ricorsi della storia, come i disastri di allora riecheggino nella nostra contemporaneità: viviamo un’epoca caratterizzata dalla fiducia nel progresso della tecnologia, ma intorno a noi si parla solo di guerre e si teme un futuro micidiale. La straordinaria modernità di Giandomenico sta nell’aver saputo leggere i segnali della crisi e delle contraddizioni del suo tempo, di un mondo che assiste al tradimento delle proprie certezze.
Questa mostra fa chiarezza anche sulla relazione tra padre e figlio, tra maestro e allievo...
Nato fortunato nell’alveo del benessere creato dal padre, questa situazione diventerà per lui pesantemente condizionante: per tutta la vita Giandomenico dovrà dimostrare alla committenza, sviluppatasi intorno a Giambattista, di essere valido sia nella continuità rispetto all’insegnamento paterno, sia nell’innovazione, nel desiderio e nella capacità di affermare una sua lingua personale, in maniera delicata e sottesa, in certi dettagli che emergono ogni volta che si dedica alle stesse tematiche predilette. La sua parabola è esemplare: esordisce ventenne al seguito del padre ma anche con opere proprie (il ciclo della Via Crucis per la Chiesa di San Polo a Venezia), e anche se a Würzburg si emanciperà, resterà per sempre «il miglior seguace del padre». La sua tecnica si fa diversa in questo continuo misurarsi con Giambattista, mossa da un bisogno di entrare nelle pieghe della quotidianità che lo allontana dalla magniloquenza che caratterizza il linguaggio del maestro, a sua volta considerato un Veronese redivivo, dalla luminosità abbacinante dei suoi soffitti. Giandomenico evolve verso una visione intimista e introspettiva.
Giandomenico Tiepolo, «Il trionfo di Pulcinella», 1765-70, Copenaghen, Statens Museum for Kunst. © Statens Museum for Kunst, Copenaghen
La capacità di raccontare il suo tempo: diventa questa dunque la peculiarità dell’artista che emerge da questa mostra?
Emerge come Tiepolo parta dall’osservazione del suo tempo per narrarlo, ma non c’è mai critica sociale nel suo sguardo. Anche quando la lettura è più corrosiva e icastica, resta oggettiva e presente, come accadeva nel teatro di quel momento: Giandomenico si rivela il massimo interprete in pittura di quello spirito che si avvertiva nella commedia di Gozzi e di Goldoni, un teatro che coinvolgeva il popolo minuto come attore, osservatore e destinatario insieme. Un popolo cosmopolita e variegato, dove, come nel Carnevale, si riuniscono tutte le classi sociali, dai nobili ai mercanti, ai forestieri orientali e che sembra rinviare la presa di coscienza della crisi e della profonda trasformazione che si stava attuando. Il titolo della mostra che abbiamo scelto è «Un mondo nuovo», non «Il mondo nuovo», titolo dell’opera in prestito dal Prado, in cui Giandomenico racconta gli intrattenimenti in voga in quel momento storico, con il pubblico attratto dalle visioni di mondi lontani, proposte da nuovi dispositivi ottici di cui in mostra avremo un esempio. La narrazione dell’emergere di un mondo nuovo sembra investire i campi della storia e dell’antropologia, si avvia verso la modernità, mentre si assiste allo sgretolamento di tutte le sue certezze. Negli ultimi anni il pittore si chiuderà nella villa di famiglia di Zianigo in isolamento rispetto a un mondo a cui sente di non appartenere più; morirà dopo aver assistito al crollo della Serenissima e allo stravolgimento degli equilibri europei.
Un esempio del suo linguaggio, delle sue scelte iconografiche?
La serie di incisioni di 27 rami, esposta interamente, che costituisce il ciclo delle «Idee pittoresche sopra la Fuga in Egitto», il primo di incisioni di invenzione a cui si dedica. È maestro del disegno e del monocromo, ma la mostra lo rivela capace di dominare superbamente tutte le tecniche. Non procede in questo ciclo per tappe simboliche, ma presenta il lungo dipanarsi della storia, arricchendo le scene con brani di vita quotidiana, come gli animali e il paesaggio, che diventano elementi del racconto, capaci di rendere l’ambiente contadino, le case in cui i due fuggiaschi arrivano, con gli immancabili forestieri orientali e gli angeli che li scortano in un questo esilio che ci riporta alla mente le emigrazioni odierne.
Come si svolge il percorso della mostra?
Partendo dall’esordio con la Via Crucis di San Polo del 1747 in confronto con tre scene di quella del 1772 dal Prado, fino alle opere e i disegni degli anni ’90 e i cicli incisori, la mostra abbraccia tutta la carriera di Giandomenico. Quell’iniziale confronto tra le due Via Crucis fa subito entrare nell’evoluzione della sua pittura: da un’attenzione precisa alla liturgia, secondo le nuove disposizioni pontificie, evolve verso la libertà espressionistica delle scene della Via Crucis più tarda. L’ampia produzione devozionale è resa dalle due sale dedicate alle pale d’altare e ai «quadri di galleria» per una dimensione domestica e privata. Poi la straordinaria pittura di genere, o come l’ha meglio definita Valter Curzi, di costume, come «Il minuetto», «Il cavadenti», «Il burchiello», «Un accampamento degli zingari», e il celebre «Mondo novo», che ci introduce a quella straordinaria vita veneziana del secondo Settecento, di cui Giandomenico fu il più lucido, acuto e disincantato cantore.
Giandomenico Tiepolo, «Il mondo nuovo», 1765 ca, Madrid, Museo del Prado. © Photographic Archive, Museo Nacional del Prado, Madrid