Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Gaspare Melchiorri
Leggi i suoi articoliLa londinese Thomas Dane Gallery ospita, dal 23 gennaio all’11 aprile, «Felicità», una mostra del fotografo italiano Luigi Ghirri (1943-92), nei suoi due spazi di Duke Street, a cura di Alessio Bolzoni e Luca Guadagnino.
Gran parte della mostra presenta fotografie mai esposte o pubblicate prima d’ora, circostanza sorprendente, tenuto conto dei cinque decenni di intensa attività espositiva di Ghirri. Il fatto che il suo archivio riveli ancora idee nel suo lavoro trascurate dalle narrazioni precedenti testimonia quanto fossero ricchi i suoi obiettivi artistici. Selezionate dai curatori dell’archivio di Ghirri, che è ancora conservato nella sua casa dalla sua famiglia, le fotografie che introducono la mostra nella prima galleria (al 3 di Duke Street) si concentrano sul suo lavoro con la superficie e la rappresentazione, caratterizzato da una sovversione della banalità con cui le immagini circolano nel nostro mondo. Tra i tanti, il suo riferimento più pervasivo sembra essere Jorge Luis Borges e la visione del mondo dello scrittore argentino come una biblioteca infinita, o ancora il mondo come una mappa in continua espansione.
Gli scatti esposti nella prima sezione della mostra sono composizioni quasi astratte che includono frammenti di cartoline e giornali spogliati del loro contesto, o specchi che fungono da cornici ai riflessi di altri specchi; manifesti strappati dalle pareti per rivelare strati di immagini intricatamente casuali; cartelli stradali che indicano qualcosa al di là della cornice; e, infine, dettagli ritagliati dalle pagine di un atlante, il modo in cui Ghirri viaggiava per il mondo tracciando con il dito una mappa del mondo.
Se all’apparenza Ghirri scattava foto come noi scattiamo con i nostri telefoni, in realtà egli era un maestro della composizione, e la casualità o la banalità suggerite dalla sua inquadratura sono una precisa illusione. Ciò risulta particolarmente dalle sue immagini dei paesaggi dell’Emilia-Romagna, la regione in cui ha vissuto tutta la sua vita.
La seconda parte della mostra (all’11 di Duke Street) esplora i suoi interni ed esterni e il modo in cui li ha utilizzati per promuovere i suoi obiettivi concettuali. Le immagini di carte da parati e pannelli rivestiti appiattiscono la stanza come se fosse un’altra pagina di un libro, l’atlante stampato che ha viaggiato con il dito in altre composizioni. La scrittura sul muro e la scrittura su una pagina riecheggiano la stessa piattezza, come se stesse fotografando un’immagine su uno schermo: ogni superficie è come uno specchio del mezzo. Quattro fotografie dallo studio di Giorgio Morandi ci ricordano poi i rapporti di Ghirri con gli altri artisti italiani del suo tempo.
Un altro concettualista si insinua però tra i paesaggi di Ghirri, annunciando il capovolgimento del concetto di paesaggio: la mostra presenta due «opere-puzzle» senza titolo di Félix González-Torres (1957-96), una del 1988 e una del 1992. I due lavori consistono in fotografie scattate apparentemente da una barca e, come quelle di Ghirri, si inseriscono nel vocabolario della fotografia turistica, di qualcosa di accidentalmente intimo che si trova in un album di famiglia o, oggi, nella galleria fotografica del nostro telefono. Questa intimità percepita è quella di qualcuno che cattura un momento probabilmente senza la presunzione di uno spettatore.
E anche per Ghirri non è la terra ad essere al centro dell’attenzione. Piuttosto, è lo strumento della cornice, utilizzato con consapevolezza contemporanea. Ogni panorama è ricorsivo: l’immagine di un’immagine di un paesaggio, l’immagine della banalità, l’immagine di noi che guardiamo un paesaggio. La sua regione natale è diventata famosa come sfondo teatrale di film come «La strada» di Fellini o «Il deserto rosso» di Antonioni, ma in questa selezione le sue composizioni richiamano più i grandi creatori di immagini del paesaggio americano cinematografico e luminoso, come Ed Ruscha o William Eggleston. Come loro, e il loro fascino per le stazioni di servizio, egli prende una regione profondamente soggiogata dall’industrializzazione petrolchimica e dall’intensa attività umana, e la trasforma in immagini simili a cartoline hollywoodiane: affascinanti nei colori e seducenti nella composizione.
Questa svolta, insieme al suo uso mirato di schermi e rettangoli che replicano la cornice dell’immagine stampata che guardiamo sulla parete, ci ricorda il nostro posto nel processo di osservazione. Tutte le linee di fuga della prospettiva, alla fine, convergono proprio dove i nostri occhi le incontrano: sono prodotti della nostra percezione tanto quanto soggetti ad essa. La nostra partecipazione alla creazione di immagini e alla loro circolazione è il grande tema del secolo di Ghirri e di quello in cui viviamo. A corredo della mostra sarà pubblicato da Mack un libro che raccoglie le opere di «Felicità» e tre saggi di Luigi Ghirri. È un’edizione bilingue, con testi in inglese e italiano.