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Frida Kahlo, «Senza titolo (Autoritratto con collana di spine e colibrì)», 1940, Nickolas Muray Collection of Mexican Art (particolare)

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Frida Kahlo, «Senza titolo (Autoritratto con collana di spine e colibrì)», 1940, Nickolas Muray Collection of Mexican Art (particolare)

Alla Tate Modern è scoppiata la Fridamania

Per spiegare il «fenomeno Frida Kahlo», diventata un’icona di massa, a Londra sono esposte oltre 130 opere tra suoi famosi dipinti, fotografie e cimeli vari (dagli abiti tehuana alle protesi che l’artista fu costretta a indossare), ma anche lavori di più di 80 artisti che in vari periodi e modi ne hanno subito il fascino, dal marito Diego Rivera a Leonor Fini

Elena Franzoia

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Una vita quotidiana segnata dalla disabilità successiva a un terribile incidente, le preferenze amorose precocemente fluide, una totalizzante passione politica e una creatività, indissolubilmente radicata alla forte identità messicana, esplicata in una pittura onirica e autobiografica e nella creazione di un’immagine fisica inconfondibile, hanno fatto di Frida Kahlo un soggetto di grande suggestione (e apparentemente facile comunicazione) che negli ultimi vent’anni ha pervasivamente influenzato arte, moda, costume e lifestyle. «Nel marzo 1953, un anno dopo la sua morte, la Tate Gallery espose cinque opere di Frida Kahlo nella mostra “Arte messicana: dall’età precolombiana a oggi”. All’epoca l’artista aveva ottenuto, in patria e all’estero, modesti riconoscimenti. Nel 1982, la Withechapel Gallery di Londra allestì “Frida Kahlo e Tina Modotti”, presentando l’artista a un pubblico ormai vasto ed entusiasta». Così si legge nell’introduzione di Catherine Wood, direttrice ad interim della Tate, al coloratissimo catalogo che accompagna la grande mostra «Frida. La creazione di un’icona», organizzata alla Tate Modern dal 25 giugno al 4 gennaio 2027, in collaborazione con il Museum of Fine Arts di Houston. 

Oltre 130 sono le opere selezionate dai curatori Tobias Ostrander e Beatriz García-Velasco, che cercano di spiegare il «fenomeno Kahlo» non solo attraverso i suoi dipinti più famosi (soprattutto autoritratti, tra cui «Ritratto con i capelli sciolti» del 1947), documenti, fotografie e cimeli d’archivio, come i celebri abiti tehuana o le protesi e i corsetti che l’artista fu costretta a portare, ma anche grazie alle opere di più di 80 artisti che in vari periodi e modi ne hanno subito l’intenso fascino, dal marito Diego Rivera a Leonor Fini, dal fotografo Nickolas Muray all’artista Ruper García. «Questa mostra è la prima a esplorare, da una prospettiva storico artistica e critica, l’“iconizzazione”, ovvero la crescente popolarità di Frida Kahlo dopo la morte, precisano i curatori Ostrander e García-Velasco. Si propone inoltre di collocare la sua opera nel contesto storico, presentando artisti che nel Messico degli anni Trenta e Quaranta esploravano temi e interessi simili». 

Yasumasa Morimura, «An Inner Dialogue with Frida Kahlo (Hand Shaped Earring)», 2001. © Yasumasa Morimura; Courtesy of the artist, Luhring Augustine, New York and Yoshiko Isshiki Office, Tokyo

Mary McCartney, «Being Frida, London», 2000. © Mary McCartney. Courtesy the artist

Ma quali sono i principali quesiti, o lacune critiche, cui il progetto londinese cerca di rispondere? «La mostra sottolinea il ruolo centrale che gli artisti chicano e chicana (aggettivi con cui si identifica la comunità messicana residente negli Stati Uniti) hanno svolto nella promozione dell’immagine e dell’opera di Frida, a partire da diverse mostre organizzate dalla Galeria de la Raza di San Francisco nel 1978 e nel 1979, affermano Ostrander e García-Velasco. Fu la loro interpretazione di Frida come donna dalla forte personalità, che celebrava l’identità messicana e l’impegno politico a favore dei lavoratori di tutto il mondo, a contribuire a un riconoscimento internazionale che continuò da allora a diffondersi, diventando negli ultimi decenni esponenziale. In questo contesto, “L’autoritratto con colibrì” di Kahlo del 1940 è sicuramente una delle opere più significative che esponiamo, legata com’è al concetto di “icona”, in particolare per la posa frontale e lo sguardo rivolto verso lo spettatore, che richiamano le rappresentazioni di Cristo. Un’altra opera esemplare è quella della coppia di performer cileni Las Yeguas del Apocalipsis, che nel doppio autoritratto fotografico del 1989 intitolato “Le due Frida” ripropongono al maschile il doppio autoritratto di Kahlo degli anni Quaranta: una dichiarazione di resilienza contro la dittatura di Pinochet e l’omofobia che ha caratterizzato il periodo della crisi dell’Aids nel loro Paese». 

Il catalogo edito da Tate Publishing si struttura, come la mostra, in 7 sezioni: Costruzione/Auto-costruzione, Affinità surrealiste, Dall’altra parte del confine, Dialoghi di genere, Neo Messicanismi, Un’eredità pro-attivismo, Fridamania. Spiccano gli approfondimenti sull’eredità queer e femminista di Kahlo, che nel suo frequente ritrarsi con capelli corti, baffi appena accennati e abiti maschili e nella rappresentazione di temi all’epoca audaci e sfidanti, come il parto e la sessualità femminile, ha precorso e motivato da un lato artisti lgbtqia+ come Yasumasa Morimura o Catherine Opie, dall’altra artiste fortemente concentrate sulla specificità femminile come Kiki Smith, Judy Chicago e Ana Mendieta, le cui opere sono presenti in mostra. L’ultima sezione, «Fridamania», attraverso oltre 200 oggetti tratti dal merchandising tira un inedito bilancio dell’incredibile successo commerciale del «fenomeno Kahlo», ormai «icona di massa» che compare su magliette e bottiglie di tequila, Barbie e profumi. Senza tacere il bestseller editoriale Frida. Una biografia, pubblicato nel 1983 da Hayden Herrera e tradotto in oltre 25 lingue.

Julien Levy, «Frida Kahlo», 1938. © Courtesy Philadelphia Museum of Art

Elena Franzoia, 23 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Alla Tate Modern è scoppiata la Fridamania | Elena Franzoia

Alla Tate Modern è scoppiata la Fridamania | Elena Franzoia