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Khalil Rabah, «Abaout the Museum», 2004-11

Courtesy l’artista

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Khalil Rabah, «Abaout the Museum», 2004-11

Courtesy l’artista

Alla Fondazione Merz i reperti rifugiati di Gaza

A Torino una mostra che racconta oltre 5mila anni di civiltà accostando pezzi archeologici a opere di artisti contemporanei palestinesi e internazionali: «Il nostro progetto vuole testimoniare simbolicamente la distruzione di un patrimonio culturale oltre che umano»

Si intitola «Gaza, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo» il nuovo progetto che la Fondazione Merz di Torino presenta il 21 aprile: non solo una mostra (fino al 27 settembre), ma una visione, una presa di posizione, una scelta di responsabilità che afferma come l’arte abbia un potente ruolo politico e un dovere morale nel suo essere un soggetto sociale. Parte da qui la chiacchierata con Beatrice Merz, mentre negli spazi della Fondazione è in corso l’allestimento che vede reperti archeologici e opere di arte contemporanea disporsi in un dialogo che attraversa il tempo e lo spazio per raccontare una terra di civiltà al plurale, incrocio di culture, di radici comuni, ora completamente annientate. Ma l’arte e la cultura possono essere semi resilienti di rinascita e di speranza, armi di pace, ed è anche questo il senso del progetto, che vede la collaborazione con il Museo Egizio di Torino e il Mah-Musée d’art et d’histoire di Ginevra, reso possibile dall’assenso dello Stato di Palestina, con il sostegno del Cipeg-Comité international pour l’égyptologie (Icom). Ottanta reperti archeologici dal Mah, su mandato dello Stato di Palestina, e dal Museo Egizio, dall’età del bronzo al periodo ottomano, accanto alle opere di artiste e artisti contemporanei palestinesi e internazionali: Samaa Emad, Mirna Bamieh, Khalil Rabah, Vivien Sansour, Wael Shawky, Dima Srouji e Akram Zaatari.

Una mostra naturalmente politica che però non vuol fare politica.
È un senso di responsabilità che bisogna prendersi, una responsabilità che abbiamo tutti, perché qualsiasi cosa facciamo, qualsiasi scelta implica una responsabilità, incarna un significato. È, quindi, un impegno di fronte a questo disastro che accade sulla pelle di tutti noi, perché anche la parte di mondo distante dagli scenari di guerra non è immune: è la pelle dell’umanità, è il nostro mondo. Ci siamo chiesti: «Come museo che cosa facciamo?». Continuiamo il nostro lavoro di preservare l’arte, la cultura, però bisogna preservarla tutta. Anche concettualmente dobbiamo dare un segnale. Le medesime riflessioni sono state fatte da Christian Greco per il Museo Egizio.

Sono reperti che arrivano dal territorio di Gaza?
Sì, presentiamo reperti che sono rifugiati, esattamente come le persone. Abbiamo reperti che arrivano dal Museo Egizio, ma la grossa presenza è costituita da quelli provenienti dal Mah di Ginevra, che custodisce in deposito dal 2007 oltre 500 pezzi provenienti dagli scavi di Gaza. Erano andati in Svizzera per una mostra e non sono più potuti ritornare in Palestina, dove avrebbero dovuto trovare casa in un museo dedicato. Ma sappiamo tutti che cosa sia successo.

E a chi appartengono?
Al Ministero del Turismo e delle Antichità dello Stato della Palestina.

Uno Stato di Palestina che è un soggetto riconosciuto da parte del progetto.
Certamente, noi siamo in contatto con le istituzioni palestinesi e ci sembrava fondamentale avere il loro supporto, come sempre quando si organizzano mostre con patrimoni nazionali, avere cioè delle rispettose e civili relazioni internazionali.

Una storia antichissima quella di Gaza
Oltre 5mila anni di civiltà, che sarà raccontata in mostra con grande cura e approfondimenti da diversi punti di vista. Il progetto, infatti, è curato dai tre musei coinvolti, cui si aggiunge un ricchissimo comitato scientifico, di cui fanno parte anche Tomaso Montanari e Paola Caridi, che sono stati una vera spinta propulsiva, e poi il direttore del Mao-Museo d’Arte Orientale di Torino Davide Quadrio, e storici, archeologi, sociologi come Mahmoud Hawari, Salim Tamari, Reem Fadda, Jean-Pierre Filiu, Mahmoud Hawari, Jean-Baptiste Humbert. Un comitato che coordinerà anche un importante public program che accompagnerà tutta la durata della mostra. Saranno coinvolti una rete di istituzioni internazionali, dal Museo del Cinema di Torino al Museo Castromediano di Lecce, al Riwaq di Ramallah, e poi un gruppo di altri artisti palestinesi oltre a quelli in mostra. Diverse voci che daranno vita a un mosaico composito di sguardi, che confluirà successivamente in un libro di documentazione del progetto, una pubblicazione, non solo un catalogo.

Questa mostra parte dalla tragedia in corso di un popolo, dal loro annientamento, che ne travolge con violenza spudorata e inaudita le vite ma anche la cultura millenaria, la terra stessa, per andare però oltre, e mostrarcene storia e ricchezza. È una prospettiva diversa.
Mi hanno raccontato che in questi mesi di sgombero delle macerie dalla Striscia di Gaza, i bulldozer israeliani ne stanno gettando tonnellate nel mare, seppellendo per sempre fondali che sono di fatto siti archeologici marini. Il nostro progetto vuole proprio testimoniare simbolicamente la distruzione di un patrimonio culturale oltre che umano. I reperti rifugiati parlano del primo, gli artisti del secondo, con opere che danno voce alle persone.

Tra gli artisti, molti hanno già lavorato con la Fondazione Merz, che nella sua visione ha sempre avuto il Mediterraneo al centro come origine comune.
Sono tutte opere diverse, che coinvolgono video, fotografia e ceramica, costituendo un fil rouge lungo il percorso archeologico della mostra, in dialogo con le sezioni tematiche. Sono attivatori di letture, portano in mostra il presente di un popolo con diverse sfaccettature ed esperienze. Due opere necessarie erano sicuramente il «Palestinian Museum of Natural History and Humankind (PMNHH)» di Khalil Rabah, libanese, un progetto artistico nomade avviato nel 2003 che abbraccia geologia, botanica e paleontologia ed è in costante evoluzione. Così il film «Cabaret Crusades» di Wael Shawky, egiziano, che rilegge le prime Crociate dal punto di vista del mondo islamico attingendo a cronache arabe medievali. Gli altri cinque nomi sono palestinesi, dalla giovanissima artista attivista Samaa Emad ad Akram Zaatari, che lavora sul patrimonio da sempre.

Che cosa pensa della questione sull’esclusione dei padiglioni russo e poi statunitense, iraniano e israeliano alla prossima Biennale di Venezia?
Penso che sia giusto chiuderli, e comunque o tutti o nessuno. E poi c’è la questione dell’assenza di un Padiglione palestinese, perché l’Italia non riconosce ancora lo Stato di Palestina.

Frammento di sarcofago del tipo detto «a pantofola», Nuovo Regno, epoca ramesside (1292-1077 a.C.), Museo Egizio di Torino

Lampada ad olio Epoca romana, I secolo a.C.-I secolo; civiltà: Roma antica; luogo di ritrovamento: Gaza, Blakhiyah. Proprietà dello Stato di Palestina, in deposito temporaneo al MAH-Musée d’art e d’histoire de la Ville de Genève. Foto Bettina Jacot-Descombes

Olga Gambari, 20 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Alla Fondazione Merz i reperti rifugiati di Gaza | Olga Gambari

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