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Alexi Worth, «Seesaw», 2020 (particolare)

Courtesy of the Artist and DC Moore Gallery, New York

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Alexi Worth, «Seesaw», 2020 (particolare)

Courtesy of the Artist and DC Moore Gallery, New York

Alexi Worth alle Gallerie d’Italia-Napoli, un simposio tra crateri e bicchieri

Nella città partenopea la prima mostra in Italia dell’artista newyorkese, i cui nove dipinti dialogano con quattro oggetti della Collezione Caputi, dagli anni Novanta nel patrimonio di Intesa Sanpaolo 

Olga Scotto di Vettimo

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La ricerca artistica di Alexi Worth (New York, 1964) s’inscrive in quella linea della pittura contemporanea che continua a interrogare la figura senza rinunciare all’ambiguità, alla sospensione e alla complessità psicologica dell’immagine. Artista e scrittore, nei suoi saggi considera la pittura come un campo di tensione, attraversato dalla sfida della fotografia e, oggi, dalla saturazione digitale, ma ancora capace di produrre immagini in cui mano e mente, figura e astrazione, esattezza e scarto si misurano criticamente. 

Ne deriva un’idea della pittura non come linguaggio superstite, ma come forma ancora attiva di pensiero visivo e, parallelamente, un’idea della critica come spazio in cui il discorso sulle opere resta vicino agli oggetti, ai processi e all’esperienza concreta del vedere. Worth espone per la prima volta in Italia con una mostra realizzata da Intesa Sanpaolo alle Gallerie d’Italia-Napoli, che, insieme alle sedi di Milano, Torino e Vicenza, fanno parte del polo museale guidato da Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici della Banca e Direttore Generale delle Gallerie d’Italia. 

Dal 3 aprile al 5 luglio, la mostra «Vortici. Alexi Worth in dialogo con la ceramica antica», curata da Silvia Gaspardo Moro e Richard Neer, presenta nove dipinti che entrano in risonanza con tre crateri a figure rosse e un’anfora della Collezione Caputi, selezionati dallo stesso Neer, professore di Storia dell’arte all’Università di Chicago. 

I vasi selezionati, parte degli oltre 500 esemplari ceramici della storica Collezione Caputi entrati alla fine degli anni Novanta nel patrimonio artistico di Intesa Sanpaolo e in parte esposti a Napoli dal 2022, sono stati realizzati ad Atene, in Apulia e in Lucania tra il VI e il III secolo a.C. e provengono, quasi tutti, da Ruvo di Puglia. Dal dialogo proposto per questa mostra, nasce una riflessione che attraversa il tempo intorno al tema del simposio e alla gestualità del bere, dando forma a un confronto serrato fra antico e contemporaneo e interrogando la persistenza dei rituali visivi nella memoria culturale occidentale. 

Abbiamo intervistato l’artista.

Che valore ha per lei questa prima mostra in Italia? Aveva già soggiornato a Napoli?
Non potrei esserne più entusiasta. Non conosco affatto Napoli, ma da alcuni anni sto pensando a come trovare un nuovo legame con l’antichità. Napoli mi sembra il luogo giusto per mettere alla prova quest’idea. E anche per raccogliere nuove suggestioni, come frammenti di pomice, da portare con me a New York.

L’allestimento della mostra richiama la collocazione dei crateri nell’antica Grecia, dove, durante i simposi, venivano posti al centro della stanza, diventando il fulcro del rito conviviale. Alle Gallerie d’Italia-Napoli, invece, i suoi dipinti occupano le pareti, quasi come i partecipanti a quel banchetto. Com’è nata l’idea della mostra, in quanto tempo l’ha preparata e che cosa ha inciso maggiormente nel suo processo ideativo?
Vorrei potermene attribuire il merito! Il concetto è nato dai curatori, Richard Neer e Silvia Gaspardo Moro. Come accade per molte buone idee, è sembrato ovvio non appena me l’hanno proposta: qualcosa che doveva accadere. Ed è così naturale, così semplice, che non richiede molte spiegazioni. I vasi sono il centro. Per quanto ne so, i Greci avrebbero avuto un solo cratere, ma è ancora meglio che noi ne abbiamo due, come un’orbita ellittica attorno a una coppia.

Quali sono, a suo avviso, le principali risonanze formali e cromatiche con gli antichi vasi e in quale misura le sue opere restituiscono anche le implicazioni psicologiche e relazionali dell’antico rituale del «bere insieme»?
Come le pitture vascolari, il mio lavoro è in fondo una sorta di disegno lineare intensificato. E naturalmente anche la limitazione cromatica è fondamentale. Il rosso della terra e il nero, quella tavolozza primordiale, danno densità alla linea. Il rosso la appesantisce. Il nero la mantiene luminosa. Quanto alla psicologia, anche quella è molto ridotta. Qui non c’è individualità, non c’è ritratto, non c’è un volto da riconoscere. C’è solo un’altra presenza di fronte a te, un compagno di bevuta, qualcuno che conosci già.

Che tipo di esperienza vorrebbe suscitare nel pubblico la visione di questa mostra? Si aspetta un confronto soprattutto visivo e formale oppure anche una riflessione più ampia sul rito, sulla relazione e sulla persistenza delle immagini nel tempo?
Quale artista non risponderebbe: tutte queste cose insieme! Spero, alla fine, che l’«idea» della mostra lasci il posto a un’esperienza personale; che i dipinti contagino l’immaginazione degli spettatori.

Ha spesso scritto di immagini che sembrano insieme costruite mentalmente e fatte a mano: è in questa tensione che colloca, oggi, la specificità della pittura?
Sì, assolutamente. Solo negli ultimi 25 anni abbiamo assistito a cambiamenti enormi nella disponibilità delle immagini. Con le fotocamere dei cellulari, la ricerca su Google e ora l’Intelligenza Artificiale, la fotografia, in un certo senso, si è metastatizzata: in modo abbagliante, mostruoso. Circondati dalle sue risorse sovrumane, che cosa possono fare le nostre mani dell’età della pietra? Che cosa possono fare le nostre menti? Queste domande mi sembrano oggi più interessanti che mai.

In questa prospettiva, anche la sua idea di critica d’arte appare particolarmente significativa: non un discorso separato dall’opera, ma uno spazio intermedio capace di tenere insieme idee e oggetti, concetto e visione, esperienza dello sguardo e riflessione teorica. È ancora questa, per lei, la funzione della critica?
Sì, l’ha detto molto bene. Penso alla critica come a una sorta di traboccamento, un modo perché i pensieri dello studio escano dallo studio. Ma si tratta dello stesso desiderio, della stessa impazienza. Oscar Wilde disse che i Greci erano «una nazione di critici d’arte», che lo spirito critico era inseparabile dallo spirito creativo. Era un’esagerazione? Io non credo.

Alexi Worth, «Curtain», 2020. Courtesy dell’arista e DC Moore Gallery, New York

Pittore di Licurgo, Cratere a volute, 370-360 a.C., collezione Intesa Sanpaolo

Olga Scotto di Vettimo, 03 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Alexi Worth alle Gallerie d’Italia-Napoli, un simposio tra crateri e bicchieri | Olga Scotto di Vettimo

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