«Ritratto della moglie Tina» (1936) di Leonardo Dudreville (particolare)

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«Ritratto della moglie Tina» (1936) di Leonardo Dudreville (particolare)

Al MuSa la ricchezza delle collezioni private bresciane

Nel museo di Salò una cinquantina di opere della prima metà del ’900 da Sironi a Dudreville e Casorati, fino agli austriaci Josef Dobrowsky e Koloman Moser

Con la mostra «Dallo Splendore alle Incertezze - 1910|1950 - Storie da una collezione privata» il MuSa Museo di Salò inaugura un progetto sulle raccolte private bresciane, con cui si propone di rendere pubblica la grande ricchezza collezionistica di questo territorio. Curata da Lisa Cervigni, direttrice del MuSa, Federica Bolpagni e Anna Lisa Ghirardi, la mostra, visibile dal 18 maggio all’8 settembre, come dichiara il titolo attraversa la prima metà del ’900, esibendo una cinquantina di lavori, mai banali, di autori molto noti e di altri meno conosciuti ma non certo privi d’interesse, ordinati qui secondo un duplice criterio cronologico e tematico

Agli anni luminosi della Belle Époque, poi tragicamente interrotta dalla Grande guerra, si riferisce la sezione dedicata alla musica, con belle opere del salodiano Angelo Landi, del bresciano Cesare Monti, del cremonese (ma vissuto lungamente a Brescia) Emilio Rizzi e del più noto Anselmo Bucci (fra i fondatori, con Sironi, Funi, Dudreville, Malerba, Marussig, Oppi, del gruppo dei sette pittori di «Novecento», intorno a Margherita Sarfatti; tutti presenti in mostra fuorché Achille Funi). Di Bucci figurano numerosi dipinti, fra i quali uno dei suoi più felici, «Odeon» (1919-20), dove si ritrae con Dudreville all’Odéon di Parigi. Anche di Leonardo Dudreville sono molte le opere esposte, tra Futurismo, «Novecento» e gli anni ’30; di Gian Emilio Malerba, l’elegante «L’attesa» (1916); di Piero Marussig c’è una bella «Natura morta» del 1930; di Ubaldo Oppi, il sontuoso «Nudo alla finestra» (1924); di Mario Sironi, molte opere, dal 1920 al 1950, diffuse nelle diverse sezioni del percorso. Ma non mancano figure internazionali come gli austriaci Josef Dobrowsky e Koloman (Kolo) Moser, lui, più anziano, fra i fondatori con Gustav Klimt della Secessione viennese, rappresentato dal cartone preparatorio per la «Venere nella grotta» del Leopold Museum di Vienna. 

Dopo la stagione della Grande guerra (con opere di Landi e Bucci) e del Futurismo (di Ardengo Soffici, una «Composizione astratta» del 1914; di Dudreville «Al caffè», 1917, con il gruppo degli amici futuristi, ma non si può dimenticare la geniale Adriana Bisi Fabbri, qui con «Guerriero», 1916-17), entra in gioco il «Ritorno all’Ordine» del primo dopoguerra, in cui ai protagonisti già citati del «Novecento» sarfattiano si aggiungono Felice Casorati, Cagnaccio di San Pietro, Mario Tozzi e un Atanasio Soldati ancora figurativo. Tocca a Bucci chiudere il percorso, nel secondo dopoguerra, con l’amaro «Il dono americano» (1946), con le coloratissime latte americane sullo sfondo di una Milano bombardata. Ma poiché la collezione da cui giungono le opere non si ferma a questi anni, dal 18 settembre al 4 novembre, nella Capture Room (l’opposto delle «escape room») del museo sanno esposti tre grandi disegni di Francis Bacon, illustrati da parole dell’artista stesso.

«La pineta» (ante 1928) di Angelo Landi

Ada Masoero, 16 maggio 2024 | © Riproduzione riservata

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