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Luana De Micco
Leggi i suoi articoli«Cezanne et nous», al Grand Palais di Parigi dal 23 settembre al 17 gennaio 2027, racconta la lunga storia dell’eredità artistica del pittore francese, precursore della pittura moderna: la sua opera, che i contemporanei faticarono a comprendere, divenne dopo la morte, e per oltre un secolo, un riferimento comune per diverse generazioni di artisti. «Quando si esamina il contenuto di un’eredità, si teme sempre che si riveli meno ricca del previsto. Una volta intrapreso questo progetto, siamo stati colti invece dal timore opposto: l’eredità di Cezanne è molto più ampia e diversificata di quanto fosse lecito pensare, fino a rischiare di dissolversi. È proprio di questa vastità e pluralità che “Cezanne et nous” cerca di dare testimonianza», hanno scritto i curatori Claire Bernardi, Michel Gauthier, Xavier Rey e Jean-Rémi Touzet, nel catalogo che accompagna la mostra. Il Grand Palais, in collaborazione con il Centre Pompidou e i Musées d’Orsay e de l’Orangerie, riunisce più di 170 opere di Cezanne e decine di altri artisti. Come spiegano i curatori, «è la prima volta, in un panorama istituzionale parigino che esaspera la separazione tra “arte del XIX secolo” e “arte moderna”, che una mostra permette di mostrarne la continuità».
Il percorso non parte dalla consacrazione del pittore, ma dagli anni 1880-90, quando Cezanne (1839-1906), deluso dei propri insuccessi, rinunciò a esporre e si ritirò ad Aix-en-Provence. È proprio a quel punto che i suoi dipinti cominciarono a essere scoperti nella bottega del Père Tanguy, mercante di colori e mecenate. Artisti come Paul Gauguin, Émile Bernard, Paul Signac, Paul Sérusier e Maurice Denis individuarono nella pittura di Cezanne una possibilità di superare l’Impressionismo. La mostra mette in evidenza anche il ruolo di Ambroise Vollard nella consacrazione dell’artista. Tra il 1895 e il 1906, il mercante organizzò una serie di monografiche e acquisì centinaia di opere. Cezanne divenne allora una figura centrale della scena artistica. Nel 1896 tre dipinti provenienti dal lascito di Caillebotte entrarono nelle collezioni nazionali francesi. Nel 1907 il Salon d’Automne gli dedicò una retrospettiva postuma, visitata da Picasso, Braque, Boccioni, Hans Hofmann. Seguirono le grandi esposizioni internazionali di Londra, Colonia e New York. Il percorso si organizza per nuclei tematici: nature morte, ritratti, paesaggi, bagnanti. Sulla pratica della natura morta, resta celebre la sua formula del «cilindro, della sfera e del cono», ripresa da Picasso, Braque, Boccioni. La mela è «il motivo per eccellenza dell’ambivalenza della pittura di Cezanne». Un motivo capace di attraversare la storia dell’arte: sono in mostra «Two Apples» di Roy Lichtenstein, «Apples» di Andy Warhol, «Still Life #29» di Tom Wesselmann, il grande «Still Life» (2002) di Luc Tuymans.
Henri Matisse, «Baigneur», 1909 ca., New York, MoMa – Museum of Modern Art. Donazione Abby Aldrich Rockefeller © The museum of Modern Art New York Scala Florence
Georg Baselitz, «Meine Mutter, Madame Cézanne», 1998, Parigi, Musee d’Art moderne de Paris ©Georg Baselitz 2026 Photo Paris Musees musee d'Art Moderne
Lo stesso discorso vale per i ritratti. Nel suo «Portrait d’Ambroise Vollard» (1910), Picasso conserva la posizione frontale del modello (come nel ritratto dipinto da Cezanne nel 1899, per il quale servirono più di 100 sedute), ma «rompe la costruzione attraverso il colore, frammenta la composizione e dissolve la figura nel suo ambiente. In questo primo ritratto del Cubismo analitico, scrivono i curatori, il riferimento a Cezanne risulta ancora più evidente: la tradizionale funzione espressiva del ritratto viene messa da parte, a favore di un modo diverso di rappresentare il soggetto, fondato sull’organizzazione della tela, sui rapporti formali e sulla costruzione della figura umana attraverso colori, piani e volumi». Un altro caso è il ritratto di Madame Cezanne del 1890. Nel 1916 Juan Gris riprende la figura di Hortense Fiquet, ma nel suo dipinto la donna diventa una struttura di piani diagonali e volumi. Ancora più tardi, nel 1998, Georg Baselitz dipinge «Meine Mutter, Madame Cezanne», enorme tela oggi al Musée d’Art moderne de Paris, omaggio evidente al pittore. Alberto Giacometti si confronta con il maestro di Aix nei suoi ritratti del fratello Diego e, più tardi, della moglie Annette. Tra gli altri temi destinati a durare, i e le bagnanti, ripreso da Picasso, Matisse, Derain, Malevic, e la montagna Sainte-Victoire, in Provenza, che Cezanne dipinse in modo ossessivo più di 80 volte; motivo col quale si confrontarono nel corso degli anni anche Marsden Hartley, Ellsworth Kelly, Fabienne Verdier.
Una sezione è dedicata alla nuova stagione dell’astrazione del secondo dopoguerra, periodo di «rinascita», in cui l’opera di Cezanne, sia direttamente sia attraverso il filtro del Cubismo, diventa il riferimento per Hans Hofmann e Joan Mitchell, Bridget Riley e Victor Vasarely, e ancora Ellsworth Kelly, Simon Hantaï e Sean Scully. La mostra arriva infine alla sensibilità postmoderna, quando Cezanne non interessa più solo in quanto precursore della modernità. Tornano infatti in primo piano i motivi e la loro dimensione simbolica: «I paesaggi, i ritratti, le nature morte diventano enigmi, elementi capaci di suscitare turbamento». Benché Picasso definì Cezanne «il padre di tutti noi», non è possibile dire che esiste un solo «cezannismo». Per i curatori, la mostra «permette di mostrare come le avanguardie del XX secolo si siano impadronite di Cezanne in modi diversi e come la sua opera costituisca una fonte comune per differenti approcci radicali contemporanei, incoraggiati tanto dal formalismo di Cezanne quanto dal suo primitivismo: Cubismo, Fauvismo, Futurismo, Orfismo, Sincronismo, Espressionismo, Suprematismo, Unismo…».