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Veduta d’installazione da «Thank You Memory: From Cidre to Contemporary Art» di Aki Sasamoto «Sprits Cubed», 2020, Aomori, Hirosaki Museum of Contemporary Art

Foto Naoya Hatakeyama. Courtesy Hirosaki Museum of Contemporary Art, Aomori, e Take Ninagawa, Tokyo

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Veduta d’installazione da «Thank You Memory: From Cidre to Contemporary Art» di Aki Sasamoto «Sprits Cubed», 2020, Aomori, Hirosaki Museum of Contemporary Art

Foto Naoya Hatakeyama. Courtesy Hirosaki Museum of Contemporary Art, Aomori, e Take Ninagawa, Tokyo

Aki Sasamoto a Milano: un’artista sradicata, un’arte in equilibrio precario

Al Pirelli HangarBicocca, la personlae composta di sculture, performance e installazioni ripercorre per la prima volta in Europa vent’anni di ricerca dell’artista giapponese-americana

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Invitata da Cecilia Alemani nel 2022 alla 59ma Biennale di Venezia, «Il latte dei sogni», Aki Sasamoto le chiese di poter allestire il suo lavoro in uno spazio lontano e separato dell’Arsenale, alla fine del Giardino delle Vergini, dove in pochi presumibilmente si sarebbero spinti: l’esatto opposto di quanto normalmente chiedono gli artisti. Un indizio significativo, questo, della sua personalità singolare, segnata dallo sradicamento dal Giappone, dov’è nata nel 1980, e dalle difficoltà relazionali incontrate al suo arrivo negli Stati Uniti, e nutrita di una formazione ampia, profonda e composita che, partendo dallo studio universitario della matematica, prima in Galles poi a New York, passa attraverso una laurea in danza alla Wesleyan University di Middletown, Connecticut, e si completa con un Mfa in Arti Visive alla Columbia University’s School of the Arts di New York (ora è docente e Head of Departement allo Yale School of Art’s Sculpture Department). Da questo mix di conoscenze e di pratiche è scaturito il suo codice linguistico ibrido, in cui la ragione s’intreccia con i sentimenti, la danza con la matematica e con la psicologia sociale, e i cui mezzi espressivi possono essere (separatamente o insieme) la scultura, le installazioni, le performance, con cui, muovendo da vissuti personali, sa raggiungere valenze universali. Perché, spiega lei, «io mi occupo dei problemi della vita, non dell’arte». Il tutto, attraversato da un impagabile sense of humour, che le consente di trattare con uno sguardo lieve e disincantato anche i temi più severi. Persino la morte.

Pirelli HangarBicocca di Milano presenta per la prima volta in Europa una sua personale, curata da Roberta Tenconi con Tatiana Palenzona, che ripercorre vent’anni del suo lavoro. Dal 17 settembre al 17 gennaio 2027 lo Shed si apre alla mostra «XYZ», che sin dal titolo, polisemico, enuncia i suoi tratti caratteriali e artistici salienti: se le tre lettere (le ultime dell’alfabeto), quando sono poste alla fine di una lista, ne suggeriscono la possibile continuazione, nel sistema cartesiano indicano le tre dimensioni dello spazio e in fisica quantistica identificano le variabili usate per descrivere la probabilità che una particella si trovi in un certo punto. E per finire, con un guizzo d’ironia, nello slang americano significano «eXamine Your Zipper» e cioè, «attenzione! controlla la zip dei tuoi pantaloni». 

Fotogramma da Aki Sasamoto, «Point Refection (Video)», 2023. Courtesy l’artista, Bortolami, New York e Take Ninagawa, Tokyo

Fotogramma da Aki Sasamoto, «Point Refection (Video)», 2023. Courtesy l’artista, Bortolami, New York e Take Ninagawa, Tokyo

Come ci racconta Roberta Tenconi, «dopo aver presentato solo singoli progetti, l’anno scorso Aki Sasamoto ha avuto a Tokyo la sua prima retrospettiva ma è qui da noi, grazie alla spazialità dello Shed, che per la prima volta tutti i lavori si vedono contemporaneamente, mettendo in evidenza l’elasticità del suo pensiero e della sua esperienza. Nulla è statico, infatti, nel suo lavoro, perché le sue opere sono una metafora delle relazioni che si trasformano, alluse talora anche attraverso il cambiamento di stato della materia, come accade con il ghiaccio di “Centrifugal March” (2012), un’opera creata in India, in cui un insieme di arredi si associa a blocchi di ghiaccio sospesi che, sciogliendosi, mutano di stato e producono il suono dello sgocciolio, mentre il “materasso” di ghiaccio di un lettino rinvia ai metodi di conservazione dei corpi usati nelle cerimonie funebri indiane. Alla domanda universale “che cosa resta di noi dopo la morte?” lei risponde in questo lavoro in modo profondo sì, ma lieve». 

Le opere di Aki Sasamoto, diceva, si vedono qui tutte in contemporanea, ma quel è il primo lavoro che s’incontra nello Shed?
Entrando c’è l’installazione cinetica «Sounding Lines» (2024), mossa da motori a muro e formata da lunghe molle sospese cui sono appese sculture che riproducono esche da pesca oversize che incorporano utensili da cucina: c’è la quotidianità del cibo e c’è il tema della pesca, molto sentito nella cultura giapponese. In questo caso la performance non è più realizzata da lei ma da oggetti cui ha delegato il compito di fare ciò che altrove fa lei con il corpo. È un’opera che sembra respirare. 

Nel suo lavoro ricorre spesso il bar ma come luogo disfunzionale. Perché?
Per i newyorkesi, come lei è ormai da anni, ma in generale nel contesto delle relazioni sociali, il bar è un luogo d’incontro imprescindibile: qui abbiamo «Past in a future tense» (2019) e «Wrong Happy Hour» (2014), ricostruzione, questa, di un bar di cui dall’interno dello Shed si vede solo il retro, come in un dietro le quinte (l’interno lo si vede stando all’esterno di Pirelli HangarBicocca attraverso una «vetrina»). E la parete di fondo del bar, mobile, viene spinta nelle performance dall’artista fino a espellere, cacciare i presenti. L’idea è quella della solitudine, dell’esclusione, del bar che ti respinge anziché includerti.  

Come immagine-guida avete scelto un frame di «Delicate Cycle» (il ciclo delicato delle lavatrici) sul tema del tempo circolare, in cui l’artista mette in atto un’impegnativa performance.
In questo lavoro del 2016 si intersecano il tema della memoria, alluso dall’idea di ciclo come processo continuo di trasformazione in cui gesti, ricordi, «macchie», si sedimentano e che le lavatrici industriali (in cui lei entra, ruotando) dovrebbero cancellare, con il riferimento allo scarabeo stercorario, insetto familiare nell’immaginario giapponese e in quello di Sasamoto sin dall’infanzia, che raccoglie compatta materia organica in grandi sfere che fungono sia da casa sia da nutrimento, e che spinge faticosamente. Questo gesto è evocato da Aki con l’enorme palla di lenzuola che lei, durante la performance, fa rotolare con il suo corpo. 

Un esercizio faticoso, ripetitivo e frustrante, quasi da Sisifo del nostro tempo. 

Aki Sasamoto performance di «Secrets of My Mother’s Child», 2009, New York, commissionato da The Chocolate Factory Theater. Foto Ryutaro Mishima. Courtesy l’artista e Take Ninagawa, Tokyo

Ada Masoero, 14 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Ada Masoero

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Aki Sasamoto a Milano: un’artista sradicata, un’arte in equilibrio precario | Ada Masoero

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