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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliC’è un punto in cui il bianco non è più neutro. In cui una parete, una scala, un ambiente espositivo smettono di essere semplici contenitori e diventano parte dell’opera. È da questa soglia che prende avvio Adam Pendleton – Some Wild Kind of Language, la prima grande mostra museale dell’artista statunitense nei Paesi Bassi, in programma allo Stedelijk Museum Amsterdam dal 9 ottobre 2026 al 17 gennaio 2027.
Pendleton non entra semplicemente negli spazi del museo. Li riscrive. Li mette in discussione. Li trasforma in un luogo di confronto tra storia, politica e percezione. Nucleo dell’intervento è uno degli elementi più simbolici dell’edificio storico dello Stedelijk: la celebre scalinata del 1895. Uno spazio che nel 1938 il curatore Willem Sandberg aveva dipinto di bianco, trasformandolo in uno dei primi esempi di «white cube» della storia dell’arte contemporanea. Un gesto che avrebbe contribuito a definire il modo stesso in cui il museo moderno avrebbe presentato le opere. Pendleton ribalta quella tradizione. Il bianco diventa nero. Il «white cube» si trasforma in un «black cube». Non come semplice opposizione cromatica, ma come riflessione sulla storia dello sguardo, sui sistemi attraverso cui l’arte viene letta e sui significati che gli spazi espositivi possono produrre.
In questo ambiente rinnovato trovano posto otto monumentali disegni della serie Basis, i più grandi mai realizzati dall’artista. Creati con inchiostro dorato su carta nera opaca, i lavori giocano sulla tensione tra apparizione e cancellazione, luce e oscurità. L’oro non è utilizzato come elemento decorativo. È materia. È superficie. È un segno che emerge e contemporaneamente sembra scomparire. Ogni disegno registra un processo fatto di gesti ripetuti, accumulazioni e variazioni, trasformando il lavoro in una traccia visibile del tempo della creazione.
La mostra riunisce complessivamente 11 dipinti e 8 disegni, offrendo una panoramica della ricerca più recente di Pendleton. Una pratica in cui l’astrazione non rappresenta una fuga dalla realtà, ma un modo diverso di attraversarla. Per l’artista, infatti, la forma non è mai separata dalla storia. Ogni linea, ogni frammento di testo, ogni superficie contiene una relazione con il presente e con le forze culturali e politiche che lo attraversano. Il suo lavoro nasce da una continua trasformazione dei linguaggi. Pittura, scrittura, gesto e geometria convivono senza arrivare mai a una definizione definitiva. Le immagini restano aperte. In movimento.
È proprio questa instabilità a essere centrale nella ricerca di Pendleton. L’opera non offre una risposta conclusiva. Invita piuttosto lo spettatore a osservare il modo in cui guarda. Nelle sale della IMC Gallery of Honour, i dipinti di Pendleton entrano in dialogo con la storia dello Stedelijk Museum e con una delle collezioni più importanti dedicate al modernismo, al minimalismo e all’arte concettuale. Qui le sue grandi tele incontrano idealmente le ricerche di artisti come Barnett Newman, Morris Louis e Willem de Kooning, protagonisti dell’astrazione del dopoguerra. Il confronto non è però un mero omaggio al passato. Pendleton utilizza quella storia come punto di partenza per interrogare ciò che l’astrazione può ancora significare oggi.
Le opere della serie Black Dada, così come i cicli Days e WE ARE NOT, proseguono e allo stesso tempo mettono in discussione le eredità dell’avanguardia. La pittura diventa un campo aperto, dove identità, linguaggio e memoria si incontrano. «Black Dada mi dà il permesso di infrangere le regole», ha dichiarato l’artista. Una frase che riassume il principio alla base della sua ricerca: non accettare confini prestabiliti, né sull’idea di pittura né sul ruolo dell’artista. Nato nel 1984 a Richmond, in Virginia, Pendleton è oggi una delle figure più rilevanti dell’arte contemporanea americana. Dal 2008 sviluppa il concetto di Black Dada, un metodo di lavoro che mette in relazione cultura nera, astrazione e avanguardie storiche. Il termine non indica uno stile preciso, ma una posizione critica. Un modo per ripensare il rapporto tra immagine e linguaggio, tra storia dell’arte e cultura contemporanea.