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Paul Mpagi Sepuya, «Studio (0X5A5038)», 2017, San Francisco, SFMOMA, Collezione permanente San Francisco Museum Of Modern Art

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Paul Mpagi Sepuya, «Studio (0X5A5038)», 2017, San Francisco, SFMOMA, Collezione permanente San Francisco Museum Of Modern Art

Ad Hannover i ritratti frammentati di Paul Mpagi Sepuya

Allo Sprengel Museum esposte oltre 90 opere realizzate dal fotografo americano negli ultimi vent’anni: «Dal 2005 fotografo solo persone che conosco. Per me la fotografia inizia dall’amicizia»

Dal primo luglio al 4 ottobre lo Sprengel Museum di Hannover presenta la mostra «Focus. Desire», la prima monografica dedicata al fotografo americano Paul Mpagi Sepuya (San bernardino, California, 1982). Oltre 90 opere, realizzate nel corso degli ultimi vent’anni, permettono al pubblico di immergersi nel corpus di un artista che si dedica a esplorare la relazione tra fotografo e fotografato. Lo abbiamo incontrato.

 

Cominciamo dalla sua mostra «Focus. Desire» a Hannover: che cosa dobbiamo aspettarci?
Abbiamo scelto di esporre i progetti più importanti a cui ho lavorato, studiando come si relazionano gli uni con gli altri. La mostra non è cronologica, tranne che per alcune eccezioni. Lo spettatore si muove attraverso serie di immagini, assorbendole. Avanzando, quello che uno pensa di aver compreso diventa confuso. Man mano che la mostra prosegue, però, e che più immagini vengono svelate, si inizia a capire come si incastrano tra di loro. Il mio lavoro si è evoluto negli anni: dai ritratti minimalisti e diretti degli anni Duemila a composizioni più complesse, create in studio, con specchi e immagini nelle immagini. Spero che il pubblico si soffermi su ogni opera, riflettendo su come vengono create le fotografie, su quello che pensiamo di vedere con una prima occhiata e su quello che succede quando si continua a osservare. In un certo senso, vorrei che diventasse un’esperienza di confusione gioiosa. 

Lei fotografa solo amici e familiari. In che modo lavorare con persone a lei care impatta il processo creativo?
Subito dopo essermi laureato, mi sono dedicato a grandi progetti elaborati, con costumi, luci e scenografie; come soggetti, usavo i miei amici ma anche sconosciuti, modelli. Ho però compreso rapidamente che le uniche fotografie che davvero mi interessavano, a cui continuavo a ritornare, erano quelle con gli amici, perché c’era una conversazione continua, un interesse condiviso. Abbastanza presto nella mia carriera, a partire dal 2005, ho deciso di fotografare solo persone che conosco. Per me la fotografia non è solo l’atto di scattare un’immagine, ma inizia dall’amicizia. Per la mostra, abbiamo creato diversi punti in cui si vede la stessa persona apparire ancora e ancora, in progetti e periodi diversi, mostrando delle amicizie che durano da decine di anni.

Qual è invece il ruolo dello spettatore? In che modo il pubblico entra in gioco nella creazione dell’immagine?
Creo perché devo creare. Voglio creare immagini che siano forti, che io stesso vorrei vedere e che sono fiero di condividere con gli amici e le persone a me vicine. Se mi fermassi a prendere in considerazione gli spettatori, non produrrei nulla. Sono però meravigliato e grato di avere un’opportunità di condividere il mio lavoro con il pubblico. È strano, sono una persona molto socievole ed estroversa con i miei amici, ma quando sono a una mia mostra, il mio primo impulso è nascondermi!

Paul Mpagi Sepuya, «Model Study (0X5A4029)», 2017, New York, Guggenheim Museum, Collezione Guggenheim

Paul Mpagi Sepuya, «Mirror Study (0X511237)», 2017, Chicago, MCA, Collezione permanente Museum of Contemporary Art Chicago

Nelle sue opere gioca spesso con specchi, muri, tende e altre superfici, mostrando frammenti di un’immagine. Spesso il set fotografico stesso diventa parte della fotografia finale, invitando lo spettatore nel backstage. Com’è nato questo approccio?
All’inizio della mia carriera scattavo ritratti di amici e familiari da casa e ho trovato interessante osservare come gli oggetti della mia stanza diventassero elementi ricorrenti, nature morte del tempo che passa. Poi, sedici anni fa, ho preso parte alla mia prima residenza di artista e ho avuto accesso a uno studio completamente vuoto. Ho quindi iniziato a portare elementi esterni, come le mie lenzuola, che sono diventate uno sfondo, i miei appunti, i miei schizzi, e ho chiesto agli amici in visita di portare anche loro qualcosa, riempiendo lo spazio. Ad esempio, nella mostra «Focus. Desire» c’è un ritratto della mia amica Katie, ma nello sfondo si vede una stampa di un ritratto che ho fatto a un altro mio amico, Anthony. Dodici anni fa, quando mi sono trasferito a Los Angeles, sono arrivati gli specchi: volevo che lo studio diventasse il background delle immagini, quindi ho iniziato a sperimentare con gli specchi e mi si è aperto un mondo di idee. In molte fotografie, per esempio, fotografo la superficie dello specchio, che è sporca e macchiata: a un primo sguardo può apparire che l’obiettivo sia puntato sullo spettatore, ma se ci si ferma, si realizza che, grazie allo specchio, l’obiettivo è puntato su sé stesso.

La queerness è un tema comune nel suo lavoro: in che modo le sue esperienze personali influenzano le sue opere?
Tutto quello che mi interessa è scattare fotografie interessanti, che suscitino delle domande, e intanto divertirmi e avere delle conversazioni con amici. Il mio lavoro e tutti i miei progetti nascono sicuramente dalla mia soggettività, dalle mie esperienze personali, ma non vogliono spiegare o trattare questi temi specifici. Gli spazi queer e omoerotici informano concettualmente come viene concepita una mia immagine, ma non rappresentano necessariamente l’identità delle persone ritratte né sono l’unica lente di lettura. 

Mapplethorpe è spesso menzionato come una fonte di ispirazione per lei. Ci sono altri artisti a cui si sente vicino?
Ci sono moltissimi fotografi, artisti, scultori che mi hanno ispirato nella mia pratica. Sicuramente gran parte del mio lavoro tra il 2010 e il 2020 è stato influenzato dal Rinascimento di Harlem e dalla letteratura queer. Per quanto riguarda Mapplethorpe, non è assolutamente una fonte di ispirazione. Anzi, non sono d’accordo con i suoi metodi e con lo spazio che il suo lavoro ha occupato e occupa tuttora, quindi al massimo è un’ispirazione negativa. 

Ci sono nuovi progetti in divenire?
Le opere in questa mostra rappresentano vent’anni di lavoro e la fine di un ciclo di dieci anni, che ha avuto luogo nello stesso studio. E sono davvero felice di concludere così, chiudendo una parentesi. Subito prima di venire qui a Hannover mi sono trasferito in un nuovo studio, più piccolo e intimo (che posso raggiungere in bicicletta da casa!), e mi prenderò un paio di anni per capire su che cosa concentrarmi in futuro. Intanto, a novembre, alla Galleria Peter Kilchmann di Zurigo, esporrò un «nuovo» progetto: dico «nuovo» perché prima di esporre qualcosa al pubblico passano sempre un paio di anni, mi piace poterci convivere e lavorarci. 

Anna Aglietta, 01 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Ad Hannover i ritratti frammentati di Paul Mpagi Sepuya | Anna Aglietta

Ad Hannover i ritratti frammentati di Paul Mpagi Sepuya | Anna Aglietta