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Gianfranco Ferroni
Leggi i suoi articoliA Roma, a Villa Medici, dal 9 ottobre e fino al 18 gennaio 2027 sarà visibile il «Paesaggio» del 1909 di Francis Picabia. L’opera viene presentata in concomitanza con la mostra «Picabia. Aprire le porte della notte», in programma al Palazzo Reale di Milano, con la curatela di Anne Berest Picabia. Uno straordinario prestito che mette in luce una svolta decisiva nella storia dell’arte moderna: il passaggio dell’artista verso la nascente astrazione. Due anni fa era arrivato a Roma «Il limone», del 1880, di Édouard Manet, esposto nella Camera degli Elementi di Villa Medici, grazie ad un eccezionale prestito del Musée d’Orsay, in occasione del 150mo anniversario dell’Impressionismo. Ora un nuovo appuntamento con un capolavoro che arriva grazie a Anne Berest Picabia, scrittrice, nipote dell’artista e curatrice della retrospettiva italiana proposta a Milano che sarà visibile sempre dal 9 ottobre e fino al 24 gennaio 2027, con più di 150 opere provenienti da collezioni pubbliche e private internazionali per ripercorrore l’itinerario dell’artista filtrato attraverso il tema della notte, metafora di vita e spazio privilegiato della sua creazione.
In occasione di questo doppio appuntamento tra Roma e Milano, Villa Medici organizza per martedì 13 ottobre un incontro pubblico con Anne Berest Picabia e Arnauld Pierre, storico dell’arte, professore alla Sorbonne Université e autore di testi di riferimento su Francis Picabia. L’incontro si propone di indagare i legami tra Picabia e François Morellet (Cholet, 1926-2016), maestro dell’astrazione, a cui Villa Medici tributa un omaggio in autunno. Con i loro interventi i relatori evidenzieranno le risonanze che attraversano le rispettive pratiche dei due artisti, all’insegna del rigore e dell’ironia. Se François Morellet ha sempre difeso un’astrazione geometrica basata su principi di neutralità, la sua opera rimane profondamente permeata dal gusto per la beffa, il gioco e l’assurdo. Atteggiamenti, questi, che invitano a rileggere il suo lavoro alla luce di quello di Picabia, del quale Morellet amava volentieri definirsi «figlio».