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Leiko Ikemura, «Usagi Kannon Janus (340)», 2012-25 (particolare)

© Leiko Ikemura. © Albertina Museum, Wien / Rainer Iglar

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Leiko Ikemura, «Usagi Kannon Janus (340)», 2012-25 (particolare)

© Leiko Ikemura. © Albertina Museum, Wien / Rainer Iglar

A Vienna il paesaggio materno di Leiko Ikemura

All’Albertina sono riunite una settantina di opere che coprono tutta l’attività dell’artista giapponese, creatrice del termine «Motherscape»

Flavia Foradini

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Affermata artista contemporanea presente nelle collezioni di numerosi musei internazionali, Leiko Ikemura ha improntato la propria vita alla tenacia e a un genuino cosmopolitismo. Nata in Giappone 74 anni fa, ha lasciato il Paese nel 1972 alla volta della Spagna, dove si è formata all’Accademia di Belle Arti di Siviglia. Trasferitasi in Svizzera alla fine degli anni Settanta, è poi passata in Germania, dove vive tuttora. Al suo attivo ha una variegata attività artistica come pittrice, scultrice, poetessa e docente. L’abbiamo incontrata alla mostra «Motherscape», in corso all’Albertina fino al 6 aprile, con cui presenta 70 opere da varie fasi produttive. 

Leiko Ikemura, cominciamo dal neologismo «Motherscape». Cos’è per lei un paesaggio materno? 
È un’astrazione che consente diverse associazioni, è un termine che ho inventato e non si riferisce all’iconografia madre-figlio, che trovo fortemente limitante, né alla maternità in senso fisico, e nemmeno all’essere madre, anche se vi è l’aspetto importante del mettere al mondo delle creature, cosicché la vita vada avanti. Io voglio andare oltre, verso il concetto di creazione in senso spirituale. In questo senso penso serva un ripensamento, una messa in discussione di un modo patriarcale di vedere le cose. Per esempio l’idea di Dio, del creatore: la sua rappresentazione è sempre solo maschile. E c’è una storia millenaria di oppressione delle donne. Però io non voglio discriminare gli uomini, voglio solo cambiare la visuale, superare i cliché. Cerco di allargare il concetto di creatività a quella femminile, ma anche all’atto creativo in genere e forse alla condizione stessa dell’artista, uomo o donna che sia, e alla fin fine forse è anche una riflessione su di me.

Ha avuto dei maestri cui ha guardato nella sua evoluzione di artista? 
Odilon Redon è stato molto importante. Amo il Medioevo e Giotto come transizione al Rinascimento. E Rosalba Carriera, Angelika Kaufmann, Paula Modersohn-Becker. E anche il senso della corporeità di Maria Lassnig.

Qual è la lezione che ne ha ricavato?
Il senso della dedizione e il fatto che non è l’ego a dover essere in primo piano, che non si tratta di affermare e diffondere il proprio nome. Naturalmente anch’io sono parte del contesto artistico, ma mantengo sempre una posizione critica, anche nei miei confronti.

Dal punto di vista artistico sente di appartenere a un movimento, a un gruppo, o è una battitrice libera?
Sono una battitrice libera: artiste come Yayoi Kusama o Yoko Ono provengono da famiglie facoltose e hanno lasciato il Paese per andare in metropoli come New York o Londra. Io non ho avuto sostegno e sono andata in Spagna. Nessuna è andata in Spagna.

Perché ha deciso di lasciare il Giappone per trasferirsi proprio in Spagna? 
Le ragioni sono tante, e fra queste anche motivi personali. Però direi che si trattò di una liberazione da un mondo rurale fortemente patriarcale, che io vedevo in modo critico, e istintivamente pensai che potevo evolvermi solo così, solo andandomene. È stata anche una ricerca del nuovo. E sicuramente è stata pure temerarietà giovanile, però anche curiosità, voglia di avventura. Ho sempre voluto essere indipendente, non ho mai voluto essere come la generazione di mia madre, o le generazioni precedenti, e volevo farcela con le mie forze. Dello spagnolo mi piacevano le sonorità, lo trovavo una lingua forte ed energica, l’avevo studiato all’università.

I suoi genitori erano d’accordo sulla sua decisione di andarsene?
Non lo so, io ho fatto tutto da sola, guadagnandomi i soldi per finanziare il viaggio. Più tardi, quando studiavo in Spagna, mi hanno sostenuta un po’, ma la verità è che sono andata via indipendentemente dal loro permesso. A quel tempo era atipico, ma se ne sono fatti una ragione... Va detto anche che io non mi sentivo particolarmente amata, ma era reciproco. 

Leiko Ikemura, «Pink Hair II», 2019, collezione privata. © Leiko Ikemura. Photo: Jörg von Bruchhausen

In Europa ha trovato ciò che stava cercando?
Non posso dire di avere veramente trovato qualcosa, ma è stata una possibilità che mi sono data e che ho sviluppato. Però è sempre una sorta di lotta, niente ti viene regalato. È stata una ricerca protratta nel tempo. Non ho mai potuto dire: «Adesso ce l’ho fatta». È stato sempre un processo di presa di coscienza. In Giappone non sarebbe stato possibile. O meglio, forse oggi sì, ma non quando ero giovane io.

Tuttavia lei è già da tempo un’artista affermata e apprezzata a livello internazionale. Si sarebbe portati a pensare a una carriera costruita con costanza passo dopo passo, fino a livelli di eccellenza.
No, non è stato affatto così, e anche oggi non è facile, ma è interessante che con la tenacia si riesca ad aprire un paio di porte, o anche portoni. 

Essere artiste è più difficile che essere artisti?
Oggi vi sono buone possibilità di essere artiste, ma per la mia generazione è stato molto difficile, e anche oggi, per me, non è sempre facile. Ma certo anche gli artisti sensibili hanno i loro problemi. È un mondo difficile.

Anche il mondo dell’arte?
Sì, volano i coltelli… Esagero, naturalmente.

Anche il mondo accademico di cui ha fatto parte per quasi un quarto di secolo?
Come no, certo.

Se guardo la sua serie delle «Girls», ho l’impressione che abbiano una componente autobiografica e radici in una fase di sofferenza, o di oppressione, o di irritazione. 
Sì, può essere. Le «Girls» non tematizzano l’aspetto esteriore, che è del tutto secondario. Sono al contrario la rappresentazione di uno stato interiore, che spazia dalla vulnerabilità alla consapevolezza. Vi sono momenti dell’infanzia che io ho dovuto per così dire saltare per diventare adulta. Ho vissuto un enorme conflitto interiore e con quei dipinti ho voluto dare una chance a quella mia irritazione: era tempo perso della mia vita, che io sentivo di dover risvegliare.

Nelle sue «Girls» colpisce anche il fatto che la zona genitale sia spesso evidenziata in rosso. Come mai?
Sono gli organi dove si crea la vita, e anche l’amore, e indicano una certa vulnerabilità, ma sono anche un fulcro erotico. Mentre di solito l’accento è posto su ciò che è cerebrale, sul nostro cervello, sui nostri pensieri, per me è come porre un accento sul fatto che c’è anche il sesso. 

La religione ha un influsso sulla sua idea di arte o sulle sue opere?
Sì, certo, molto forte, ma non nel senso di un’appartenenza a questa o quella religione. M’interessano tutte le religioni, ma ho problemi se sono troppo istituzionalizzate, perché, se fanatiche, non hanno mai prodotto qualcosa di buono. Tuttavia sono molto radicata nello scintoismo, che è una religione naturale, una sorta di panteismo di base.

Leiko Ikemura, «Yellow figure with three arms», 1996-2019. © 2025 Leiko Ikemura. Photo: Jörg von Bruchhausen 2021

Si definirebbe una femminista?
Il femminismo lo pratico quotidianamente, ma non mi definisco femminista. Ogni «ismo» è un’ideologia, e io ho problemi con le ideologie, perché l’ho visto: le ideologie distruggono sempre qualcosa. Il mio è un impegno.

La sua produzione artistica, se si guarda soprattutto alla scultura, sia in terracotta sia in bronzo o anche in vetro, è costellata di creature ibride a metà fra animali ed esseri umani. Perché quest’aspetto antropomorfo? 
Penso che nell’universo le creature umane siano soltanto una delle possibilità e io vorrei mostrarlo.

Dunque anche le sue sculture sono atti di creazione nel senso di «Motherscape»?
Sì, «Motherscape» per me significa anche che esistono altre capacità e altre creatività, non solo la paternità maschile.

Considera la sua arte uno statement di genere? 
Assolutamente sì. È una critica di genere, ma non in modo pedagogico o ideologico o con il dito indice puntato: queste modalità non mi appartengono.

Tra scultura, pittura e grafica, qual è il suo modo espressivo preponderante?
Non c’è una gerarchia: interagiscono, si alimentano, s’influenzano e si arricchiscono l’un l’altra. E qualche volta litigano. Quando, per esempio, con la pittura non riesco a trovare una breccia, si apre una via con un altro mezzo espressivo. Tuttavia la base costante sono senz’altro il disegno, che per me è un motore creativo, e la pittura, e la scultura li accompagna.

Da numerose sue sculture, soprattutto quelle antropomorfe in terracotta, traspare un velo di ironia.
Sì, è così, ma non è voluto, viene da sé. Contrariamente ai dipinti, che sono più sofferti, la scultura ha una sorta di solida disinvoltura.

Dopo la catastrofe di Fukushima, lei ha creato la grande scultura «Usagi Kannon», anch’essa antropomorfa, con una donna-coniglio bifronte: un lato presenta un volto in lacrime, l’altro un volto con un sorriso enigmatico. Dopo quel disastro umano e ambientale si può sorridere?
Quel sorriso, che è davvero solo un accenno, è anche portatore di speranza. Lo sappiamo: si soffre, si piange, ma poi arriva il momento della rielaborazione del lutto, si lascia la presa, ed è una possibilità di aprirsi al futuro.

A proposito di futuro, lei ha insegnato a lungo sia alla Universität der Künste di Berlino sia in Giappone. Si può insegnare l’arte?
No, io non uso nemmeno il termine insegnare. Io penso a parole come guidare, accompagnare e assistere. Perché non c’è «L’arte»: ciascuno deve trovare la propria strada e non deve essere per forza la pittura. Io ho sempre accompagnato i miei studenti in questo loro percorso e ho cercato di infondere loro coraggio, la qual cosa è tanto importante. Lo so per esperienza personale.

Flavia Foradini, 25 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

A Vienna il paesaggio materno di Leiko Ikemura | Flavia Foradini

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