Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoliPer anni Zhao Xiangyuan, madre di Song Dong (Pechino, 1966), non ha buttato quasi nulla. Tutto può sempre tornare utile. Era la lezione di un principio profondamente radicato nella Cina della sua generazione, «wu jin qi yong»: «non sprecare». Scomparso il marito, nel 2002, quella consuetudine si trasforma in un accumulo ossessivo. Il figlio decide allora di farne un’opera e nel 2005 nasce «Waste Not», una delle sue installazioni più note: una distesa di oggetti quotidiani riordinati nello spazio.
Dopo il MoMA di New York, il Barbican Centre di Londra, la Kunsthalle Düsseldorf e la Vancouver Art Gallery, l’opera arriva per la prima volta in Italia al centro di «Song Dong. Soul Out», prima personale italiana dedicata all’artista, al MAO fino al 27 giugno, curata da Li Zhenhua e Davide Quadrio con Francesca Filisetti e Rebecca Ricci. Nello spazio museale, questa moltitudine di oggetti diventa la misura materiale del consumismo.
Nel titolo, l’assonanza di «Soul Out» con «sold out» allude all’ambiguità tra l’anima, l’esistenza e la vendita, il possesso. Song Dong non cancella però l’origine domestica degli oggetti: ciascuno resta connesso alla persona che lo ha posseduto,utilizzato e conservato. L’accumulo è anche archivio familiare e storia collettiva. È una sovrapposizione che attraversa gran parte del lavoro dell’artista. Impermanenza, trasformazione e non-azione attraversano la ricerca di Song Dong,nutrita dal taoismo di Laozi e Zhuangzi e dal pensiero Zen, con affinità che vanno dall’Arte Povera al Minimalismo e all’Arte concettuale.
Fotografie e video ripercorrono le performance dagli anni ’90 a oggi, mentre due installazioni affidano al pubblico il destino dell’opera. In «Borrow Light», presentata per la prima volta alla Biennale di San Paolo nel 2025, centinaia di cittadini torinesi hanno prestato una lampada ciascuno. Gli specchi ne moltiplicano i riflessi: ogni luce si mescola alle altre, rendendo difficile distinguerne l’origine. Il prestito individuale costruisce un’opera comune.
In «Eating the City», invece, la partecipazione disfa ciò che è stato costruito. Una città di dolci e biscotti viene mangiata dai visitatori: il paesaggio perde edifici, cambia profilo e si dissolve.
Riunire le cose e consumarle diventano due modi di misurare la nostra dipendenza dagli oggetti, il bisogno di conservarli e la possibilità di lasciarli andare.