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Matteo Bergamini
Leggi i suoi articoliSecondo una leggenda fu un’aquila la responsabile della nascita di Todi: gli antichi Umbri che dovevano fondare un villaggio sulle rive del Tevere furono sorpresi dal rapace che rubò la loro tovaglia, che lasciò cadere sulla sommità di un colle retrostante. Un segno divino, o per lo meno così fu interpretato, che permise la creazione di uno dei più magici esempi di «paesaggio italiano».
Terra di Jacopone e San Francesco, è proprio in omaggio agli 800 anni dalla nascita del mistico, che fece della fraternità universale e della relazione serena tra l’uomo e la natura i punti fondamentali del suo universo, esplicitati nel «Cantico delle Creature», che Todi continua le celebrazioni francescane con il Comitato Nazionale presieduto dal poeta Davide Rondoni.
Fa parte delle iniziative anche la mostra collettiva «Mystica Visio. San Francesco, Jacopone e le arti», aperta fino al 31 luglio nella Sala delle Pietre, con opere diffuse anche al Museo Civico e nella Chiesa di San Fortunato, sotto la curatela di Massimo Mattioli. Oltre 30 artisti, tra emergenti e grandi nomi del contemporaneo, invitati a reinterpretare la profonda eredità spirituale che sia San Francesco d’Assisi sia Jacopone da Todi hanno lasciato, seppur in forme differenti, al mondo occidentale. «Mystica Visio» si fa così doppio-specchio per scoprire tanto l’ispirazione alla gioia della creazione, che per Francesco era fondata sull’amore per Dio, quanto alcune visioni più oscure che risuonano con il misticismo più aspro e radicale, dove la sofferenza era l’atto centrale della fede, che rimanda al pensiero e alla vita di Jacopone.
«Materiali poveri o effimeri per evocare la precarietà come valore, il paradosso come dispositivo estetico, capace di unire bellezza e dolore, leggerezza e gravità, luce e ombra. E la centralità del corpo, evocato o messo in scena come soglia tra finito e infinito», si legge nella presentazione della mostra. In scena, il collettivo russo AES+F e la loro «Allegoria Sacra», secondo le parole di Mattioli, «l’omaggio più sentito alla pittura di Giovanni Bellini e all’arte italiana», ispirata proprio all’omonimo dipinto conservato agli Uffizi che, secondo un’interpretazione ottocentesca, raffigura il Purgatorio. Gli AES+F creano la loro allegoria in uno strano limbo, collocando figure particolari, dai cannibali ai dirigenti cinesi, da San Sebastiano in veste di nomade contemporaneo all’anziano Giobbe allettato e curato dalla high-tech ospedaliera, in un aeroporto dall’architettura futuristica, intrecciando complesse questioni sociopolitiche alle transitorie egemonie economiche e ai conflitti regionali, meditando sul futuro della civiltà postcoloniale.
Francesco Grandi, «I funerali di Francesco», 2021, collezione Elenk’art, Palermo, Mystica 2026. Foto Comune di Todi
E poi Matteo Attruia, che ci ha abituati a percepire le possibilità del linguaggio attraverso opere che attraversano come lampi una dimensione ironica per poi farsi riflessione, quasi «manifesti» violenti dell’attualità: in questo caso il neon «Poco Dio» ci rimette alla perenne attualità, all’invocazione a un divino che sembra ogni volta farsi più sottile. Un po’ come accade agli strati di pittura che compongono i cieli e le nuvole nel trittico di Ernesto Morales: spazi di trasformazione e «Regno di Dio», per chi ha fede, ma soprattutto ambiente immensurabile in cui luce, atmosfera e tempo si intrecciano in configurazioni sempre diverse, anche grazie a una tecnica pittorica per cui il pigmento diventa esso stesso fonte riverberante delle sue tonalità in base alle condizioni di luminosità atmosferica.
Grande spazio alla pittura, con la produzione di Chiara Calore, Francesco De Grandi, Francesco Lauretta e Davide Serpetti, Marco Tirelli e Federica Poletti, tra molti altri; la scultura con Giovanni Gaggia e i suoi cuori di ceramica organica («Unus Papilio Erat» - C’era una farfalla, 2019-25) che ci ricordano della transitorietà e della fragilità; gli storici Corrado Cagli e Gerardo Dottori; Luca Pozzi allo splendido Tempio di San Fortunato, luogo che viene riconsacrato solo una volta l’anno e dove l’artista ha collocato, integrato all’interno di un organo ligneo del 1700, un dispositivo scultoreo e ambiguo: una pallina da tennis distorta dalla velocità con una pupilla esplosiva al centro, che si illumina a intermittenze non regolari dovutamente alla rivelazione di particelle subatomiche invisibili, che vengono registrate grazie all’integrazione nell’oggetto di un «muonic scintillator», strumento realizzato dall’Infn (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), per la captazione delle particelle che «piovono» nell'atmosfera. Un altro modo per cercare il trascendente, e connettersi a San Francesco.
Connesso a San Francesco in una forma ben contemporanea è anche il progetto di Miltos Manetas, che come Attruia è presente sia in «Mystica Visio» sia al nuovo Parco Sculture Todini, progetto di arte nel territorio voluto dall’omonima famiglia che ha trovato il sostegno della Fondazione Perugia e il contributo di Acciaierie Arvedi Ast di Terni (che ha realizzato le opere), e il patrocinio dello stesso Comitato Nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi.
Matteo Attruia, «Vite», 2026, Todi, Parco Sculture Todini. Foto Clikkami
Qui, Manetas, oltre alle pitture e a disegni raccolti nella Sala delle Pietre e nella barricaia della Cantina Todini, ha presentato anche una performance di live painting ispirata alla fattoria didattica della tenuta, che accoglie animali provenienti da zoo di diversi parti del mondo, dando loro una nuova esistenza. Un intervento che richiama simbolicamente la sensibilità francescana verso tutte le creature viventi, e che Manetas ha interpretato alla sua maniera: istrionicamente.
Lavorando sulla figura del Santo, recuperando biografie andate perdute e considerate apocrife, istruendo un’Intelligenza Artificiale a essere un Francesco moderno e senza troppi peli sulla lingua, trasformando il mistico in uomo consapevole di altri saperi filosofici arrivati ben dopo il suo passaggio terreno, da Deleuze a Derrida, Manetas offre al Santo la possibilità di esprimersi, anche in quella che è stata interpretata come una tagliente e necessaria «Lettera ai giornalisti», frutto della farina del Francesco Made in AI: «Amici della stampa, voi siete una specie molto strana. […] dovete produrre attenzione continuamente, attenzione che ormai è diventata una forma di allevamento intensivo. Per questo vi dico: non venite qui soltanto per “coprire un evento”. Guardate davvero questa situazione assurda. Un artista greco, un santo medievale rigenerato dall’Intelligenza Artificiale, un’architetta che costruisce territori spaghetto, zebre salvate dal circo, animali privilegiati, monasteri internet, povertà sperimentale, esseri umani stanchi che cercano ancora una forma di grazia. Questa non è una notizia. È un sintomo del presente. E forse il vostro compito oggi non è più spiegare il mondo. Forse è evitare che il mondo venga ridotto soltanto a contenuto».
L’ambiente e il cielo francescano si riflettono invece, creando forse un’immanenza del mondo, nella grande installazione «Vite» di Attruia, che apre lo stesso Parco Sculture e che, chiaramente, si riferisce alle vite di tutte le creature e a quelle del paesaggio che abitiamo, per citare Davide Rondoni, includendo anche quel frutto fattosi sacro, mutato in sangue di Cristo.
«Non è casuale la vocazione dell’Umbria per i parchi di scultura all’aperto: il contesto morfologico, geologico e naturalistico della regione offre caratteristiche che si prestano facilmente a valorizzare la creatività contemporanea con opere che entrano in rapporto con l’ambiente, racconta Mattioli. In questi casi non si tratta affatto di Land Art, perché in quel caso l’artista utilizza la natura come un medium. Qui, l’artista viene ispirato, investito dalla bellezza. E nelle prime due opere presentate, “Vite” di Attruia e “Tempus Mirabilis” di Silvia Ranchicchio, c’è quasi una contrapposizione implicita, un dialogo non voluto ma compiuto: mentre Matteo Attruia sembra quasi che apra un interrogativo, l’opera di Silvia Ranchicchio lo chiude: è quasi come fosse una risposta».
E, aggiungiamo noi, l’invito a sederci sulla cima della collina dei Todini, proprio sulla scultura di Silvia Ranchicchio, per approfittare del «Tempus Mirabilis» e dello splendido panorama dalla vita. Come avrebbe voluto il San Francesco del 1200 che tutti conoscono, e la sua più gaudente copia-carbone riportata tra noi da Manetas.
Silvia Ranchicchio, «Tempus Mirabilis», 2026, Todi, Parco Sculture Todini. Foto Clikkami