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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoli«Immaginario dell’esterno», così il fotografo reggiano Luigi Ghirri (Scandiano, 1943-92) definiva il rapporto tra l’immagine e la musica, una sua passione evidente dalla presenza costante in molti suoi testi e dalla passione mai nascosta per Bob Dylan e per l’amico Lucio Dalla, il quale ricordava come l’autore pensasse a una fotografia da scattare anche solo sentendo un campanello o il latrare di un cane. Intorno a questa «parentela», nell’ambito della XXI edizione di Fotografia Europea, a Palazzo dei Musei di Reggio Emilia dal 30 aprile al 28 febbraio 2027 si svolge «Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori», in collaborazione con Fondazione Luigi Ghirri presieduta da Adele Ghirri: i curatori Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con l’apporto per la sezione musicale di Giulia Cavaliere, hanno articolato il percorso in tre parti. La prima, quella principale, è dedicata alle fotografie realizzate da Ghirri nei luoghi della musica: ne è un esempio «Porto Recanati, 1984», in cui protagonista è un jukebox colorato. Le ulteriori due sezioni sono dedicate rispettivamente alle relazioni dirette dell’autore con Dalla, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni, i CCCP, portate avanti insieme alla compagna e designer Paola Borgonzoni, e alla sperimentazione e ricerca sul soundscape e comunanze tra paesaggio visivo e paesaggio sonoro, sezione quest’ultima nella quale un ruolo centrale è svolto dal cantautore, produttore discografico e compositore sardo Iosonouncane (Jacopo Incani, Iglesias, 1983). Abbiamo intervistato i due curatori.
Qual è sia il rapporto tra Ghirri, che parlava della «strana e misteriosa parentela tra suono e immagine», le sue fotografie e la musica?
La mostra esplora quel rapporto tra paesaggio sonoro e «l’immagine dell’esterno» su cui Ghirri si è spesso interrogato. Una sottile linea rossa che l’artista ha sempre rimarcato anche nei suoi scritti: «Forse il suono e l’immagine hanno una loro legge interna che li fa sembrare così straordinariamente familiari e abituali, ma contemporaneamente sembrano avvicinarsi al regno del mistero». Una famigliarità da cui affiorano presenze, tracce di un immaginario musicale che sembra percorrere buona parte del suo lavoro, sia in maniera evidente come per le collaborazioni con Dalla, Morandi, i CCCP o per la casa discografica RCA, sia in modo silenzioso, quasi sottotraccia, come quando fotografa un jukebox in un bar o un disegno parietale di una tromba o di una batteria. Ma quello su cui spesso sembra insistere è una natura comune tra l’immagine fotografica e la canzone, e in modo particolare tra il suo lavoro e un certo cantautorato italiano e non, se pensiamo alla grande passione per Bob Dylan. È poi del 1989 un dialogo-intervista con Lucio Dalla in cui ribadisce e sottolinea questa comune vicinanza affettiva: «Ho sempre pensato che molto del lavoro svolto dai fotografi italiani avesse una sottile coincidenza con le intuizioni di alcuni cantautori italiani, non so, forse un’adesione o un interesse per un mondo o un paesaggio marginale, o per raccontare certe microstorie, e trasformarle in qualcosa che riguardi tutti». Ed è forse proprio questo ultimo passaggio la chiave per decifrare questa «sottile coincidenza», ossia quella capacità della fotografia e della canzone di attraversare la nostra quotidianità, di abitare le nostre vite, di condizionare il nostro modo di guardare e ascoltare il mondo.
Andrea Tinterri, com’è strutturato il percorso espositivo?
Quest’anno il riallestimento della sezione di Fotografia a Palazzo dei Musei propone numerosi materiali inediti, tra cui un video che apre il percorso realizzato da Luigi Ghirri nel 1991 e che per l’occasione è stato affidato al montatore Cristiano Travaglioli. Il filmato è un’importante testimonianza della compenetrazione tra musica e immagini, le sequenze di paesaggi urbani e naturali sono infatti accompagnate da suoni ambientali, da brani di musica classica e da alcune canzoni di Dylan. Nella seconda sezione è presente un menabò inedito progettato da Ghirri e Paola Borgonzoni, autrice con cui il fotografo ha condiviso interessi e un certo modo di approcciarsi all’immagine e all’esterno, offrendo un contributo importante anche sul piano critico e creativo. In questo prezioso menabò ritratti di Lucio Dalla sono messi in relazione a fotografie di paesaggio realizzate durante il tour americano «Dallamericaruso» del 1986 e nel corso di spostamenti in Europa e in Italia. A completare il percorso uno spazio è destinato al tema del soundscape con Iosonouncane, un intervento che nasce dalla riflessione «sull’ecologia dello sguardo» in Ghirri e sull’«ecologia acustica» del compositore e scrittore canadese R. Murray Schafer (1933-2021) che, negli stessi anni seppur in ambiti di ricerca diversi, insiste sulla saturazione dello sguardo e dell’ascolto. Infine, in un focus al Teatro Valli, dal primo maggio al 14 giugno, vengono esposte le immagini che Ghirri realizzò per le copertine di musica classica della casa discografica RCA e parte del cospicuo lavoro per i teatri reggiani, iniziato nel 1984 e conclusosi nel 1991 con il trentennale del debutto di Luciano Pavarotti. Una sezione in cui emerge l’esigenza di Ghirri di testimoniare la complessità del lavoro del teatro, gli attori, le maestranze, il palco, le scenografie e tutto l’immaginario fittizio che restituisce l’illusione del sogno.