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Un’immagine della performance «as british as a watermelon» (2019) di mandla rae in collaborazione con Graham Clayton-Chance

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Un’immagine della performance «as british as a watermelon» (2019) di mandla rae in collaborazione con Graham Clayton-Chance

A New York apre «Identity Card», la terza edizione della Immigrant Artist Biennial

La piattaforma nomade dedicata agli artisti immigrati e diasporici riunisce 19 autori in sei sedi della città e riflette su confini, cittadinanza, migrazione e appartenenza attraverso performance, proiezioni, workshop e conversazioni, senza una mostra centrale

Maurita Cardone

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C’è uno scarto tra quello che un documento di riconoscimento dice della nostra identità e quello che siamo davvero. È in quello spazio che si muove «Identity Card», terza edizione della Immigrant Artist Biennial, piattaforma nomade dedicata agli artisti immigrati e diasporici che torna a New York dall’8 ottobre all’11 novembre. Sotto la curatela di Sanna Almajedi, Sofia Thiệu D’Amico, Eva Mayhabal Davis e Anna Khimasia, quest’edizione riunisce 19 artisti in sei sedi della città e, per la prima volta, si sviluppa interamente attraverso performance, proiezioni, workshop e conversazioni, senza una mostra centrale.

Il titolo arriva dalla poesia del 1964 «Identity Card» di Mahmoud Darwish, proposta da D’Amico come «dichiarazione di legittima rabbia che sentiamo in sintonia con il nostro spirito e i nostri metodi di lavoro». Il riferimento, spiega la curatrice, segna «una presa di posizione politica che volevamo assumere e apre interrogativi sull’attuale situazione globale, in cui le persone, per scelta, costrizione o necessità, vedono messi in discussione i propri mezzi di sostentamento e la propria identità, trovandosi a dover negoziare la propria condizione di fronte a strutture di potere più vaste».

Intorno a quest’idea si costruisce una Biennale che tratta l’identità come un terreno di negoziazione più che come una categoria stabile. Nelle sessioni di lavoro iniziali, racconta Eva Mayhabal Davis, le curatrici hanno discusso di «cittadinanza, confini nazionali, sorveglianza e altri strumenti usati per tenere le persone dentro, fuori o in transito». Meccanismi che hanno un peso crescente nell’organizzazione della società contemporanea e che, aggiunge Davis, «non possono contenere una cultura, un’esperienza o una persona». In questo contesto, l’arte diventa strumento di autodeterminazione, capace di rendere visibili i limiti prodotti da quelle stesse strutture.

È anche uno dei nodi su cui insiste Katya Grokhovsky, artista nata in Ucraina e residente a New York, fondatrice della Biennale nel 2019. All’origine di TIAB c’era un’esperienza concreta: Grokhovsky lavorava come mentor nel programma per artisti immigrati della New York Foundation for the Arts, dove non vedeva continuità nelle relazioni e reti che si creavano. Da artista immigrata, racconta, cercava anche uno spazio per sé, mentre attraversava burocrazia, lingua, incomprensioni culturali e la costruzione simultanea di una nuova vita e di una carriera. La Biennale è nata da quella ricerca di appartenenza e dalla percezione di una mancanza di visibilità continuativa per pratiche troppo diverse per essere ricondotte a un’unica idea di «artista immigrato».

L’artista Ivana Dama durante la performance dell’installazione sonora «Echoes of Urgencies»

«Non siamo una sola comunità, identità, esperienza o estetica», dice Grokhovsky. Creare una Biennale significava quindi «rivendicare collettivamente uno spazio invece di aspettare di essere invitati nelle strutture esistenti». Il progetto è stato lanciato nel 2020, con una prima edizione curata dalla stessa Grokhovsky al Brooklyn Museum, EFA Project Space, Green-Wood Cemetery e online.

Se allora le parole chiave erano visibilità, accesso e appartenenza, oggi, secondo Grokhovsky, quelle domande si sono fatte più urgenti. «Il clima politico e culturale si è intensificato. Le questioni dei confini, della cittadinanza, dei documenti, della mobilità e di chi sia autorizzato a esistere, come e dove, sono passate in primo piano». La terza edizione nasce dentro questo scenario, mantenendo però una tensione fondamentale: essere una Biennale dedicata agli artisti immigrati senza trasformare l’immigrazione in un tema obbligato: «Gli artisti immigrati fanno lavori su qualsiasi cosa. Le nostre esperienze possono informare il nostro lavoro, ma non devono definirci».

È qui che «Identity Card» trova forse il suo punto più interessante. L’identità amministrativa diventa una lente attraverso cui osservare la distanza tra ciò che può essere registrato e ciò che sfugge alla registrazione. Anche Anna Khimasia, direttrice e cocuratrice, affronta questa frizione a partire dal concetto di appartenenza culturale. In «Pinch of Us», in programma il 22 ottobre all’Essex Kitchen, tre artiste condividono pratiche familiari legate alla preparazione dei dumpling, facendo convivere tradizioni indiane, thailandesi, indonesiane e cinesi. «Una cittadinanza non riflette sempre la molteplicità e la ricchezza di una cultura», osserva Khimasia. Le pratiche culturali possono definire appartenenze senza necessariamente produrre esclusioni.

La stessa logica attraversa gli altri progetti, che il programma usa per spostare il discorso dalla biografia individuale ai sistemi che classificano persone, territori e memorie. «Plant Ecologies and Migration», curato da Khimasia, mette in relazione le categorie botaniche di «nativo», «non nativo» e «invasivo» con il linguaggio usato per regolare il movimento delle persone: tassonomia scientifica e controllo politico finiscono così per condividere una grammatica dell’appartenenza e dell’esclusione. «Memories of Disruption» affronta invece le conseguenze della guerra, del colonialismo e dell’intervento imperiale nei corpi e nelle memorie quotidiane.

La struttura nomade di TIAB rafforza questo approccio. Nata senza uno spazio proprio, la Biennale ha costruito ogni edizione attraverso partnership con sedi differenti. «Il modello nomade è nato dall’incontro tra la realtà e un sogno», dice Grokhovsky. Nel tempo è diventato anche una premessa concettuale, capace di mantenere il progetto mobile, adattabile e aperto a pubblici diversi. In questa terza edizione quella mobilità acquista un significato ulteriore. «Identity Card» parte dai dispositivi che identificano, delimitano e autorizzano, e li mette in tensione con identità che continuano a muoversi tra culture, lingue e geografie. La domanda formulata da Grokhovsky condensa il senso del progetto: «Chi mi è permesso essere?». La risposta è affidata agli artisti.

Una veduta dell’opera video «Land of Eternal Summer» (2025) dell’artista Maya Jeffereis, fotografata da Martin Parsekian

Maurita Cardone, 06 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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