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Pittore, scrittore, poeta, amico di Duchamp e Apollinaire, di Breton e Tzara, di Alfred Stieglitz, Picasso, Man Ray, Isadora Duncan, Gertrude Stein e di molti altri pilastri della cultura del XX secolo, ma anche bon vivant, innamorato delle donne, delle belle auto e delle barche, Francis Picabia (Parigi, 1879-1953; madre francese, padre spagnolo) è stato una delle figure più significative dell’arte del Novecento, ma anche una delle meno realmente conosciute dal pubblico. Fu lui stesso del resto a rendersi sfuggente, con la sua attitudine a cambiare stile non appena il suo linguaggio artistico veniva riconosciuto, passando dal tardo Impressionismo al Fauvisme, dal Cubismo all’Orfismo, da un precocissimo Astrattismo a uno stile meccanomorfo di segno già dadaista (a New York nel 1915) e poi al pieno Dadaismo (tra Barcellona, Zurigo, Parigi), per confluire nel Surrealismo ed entrare nella stagione dei «Mostri» e delle «Trasparenze» (dipinti in cui si sovrappongono più figure, in trasparenza), passare, durante la Seconda guerra mondiale, attraverso una figurazione volutamente cheap (per campare) e tornare infine, a Parigi, alla pittura astratta. Il suo motto del resto era «bisogna essere nomadi, attraversare le idee come si attraversano i Paesi e le città».
Francis Picabia, «Untitled», 1943-44 ca, collezione privata. © Mercatorfonds Brussels
Proprio per rispettare la sua natura metamorfica, la mostra «Picabia. Aprire le porte della notte», visibile dal 9 ottobre al 24 gennaio 2027 a Palazzo Reale (che la produce con Madeinart; catalogo Skira) si propone con un volto del tutto nuovo: nessuna cronologia e nessuna impalcatura storico-artistica, perché la curatrice e bisnipote, Anne Berest Picabia (scrittrice, autrice con la sorella Claire del libro Gabriële dedicato alla bisnonna Gabriële Buffet-Picabia, moglie dell’artista), ha voluto piuttosto dar vita a «un viaggio narrativo e sensoriale nel cuore dell’universo di Francis Picabia». Così la mostra (170 tra dipinti e disegni delle diverse stagioni, e numerosi documenti, molti inediti) è diventata il racconto di una notte trascorsa con lui, dall’imbrunire all’aurora, ogni ora scandita da una diversa stanza in cui le opere si accostano tematicamente. È stato proprio quel libro (per «The New York Times», tra i 10 migliori libri di saggistica storica del 2025) a stimolare in Consuelo Nocita, fondatrice di Madeinart, il desiderio di dedicare un progetto espositivo a Picabia. «Ho immaginato un percorso emotivo, spiega a “Il Giornale dell’Arte”, una narrazione in cui le opere facessero da accompagnamento. Perché di Picabia è bello raccontare la vita, le relazioni di amicizia e gli amori, di cui nutriva la sua creatività. E per curarla ho voluto la pronipote, l’autrice del libro: sapevo infatti che lei ne avrebbe fatto un viaggio emozionale. Era una scoperta che desideravo condividere con il pubblico, in un percorso capace di coinvolgere tutte le età».
Da parte sua Anne Berest Picabia, alla sua prima esperienza da curatrice, ci racconta: «Sono una scrittrice e dunque ho voluto che i visitatori entrassero nella mostra come in una storia da vivere: è l’inizio di una notte che trascorreranno con Francis Picabia, un uomo animato da un’immensa sete di vita: una notte che è una vera festa! Ma questo non significa che l’emozione si opponga alla conoscenza: il percorso espositivo si fonda sulle mie conoscenze e sul lavoro degli storici che mi hanno preceduta e che hanno tutti contribuito al catalogo».
Francis Picabia, «Têtes superposées», 1939 ca, collezione privata. © Archives Comité Picabia
La notte come tempo della festa. Ma la notte è anche il luogo dei fantasmi della mente. Come conciliare i due poli?
Ho scelto il tema della notte perché la notte è il momento in cui tutto può coesistere senza contraddirsi. Si ride, si piange, si beve, si danza, si hanno incubi: tutto si mescola o, per meglio dire, nell’opera di Picabia, tutto si sovrappone. Per lui, la notte non è una metafora letteraria: è un’esperienza fisica di un tempo che non passa. E questa esperienza, Picabia l’ha dipinta. Le «Trasparenze», con le loro figure sovrapposte, non sono un mero virtuosismo formale. Sono immagini che restituiscono uno stato fisico ed emotivo dell’artista.
Picabia ha fatto del cambiamento la chiave della sua arte. Com’è riuscita a trovare il filo conduttore fra lavori tanto diversi?
La grande retrospettiva al MoMA di New York («Francis Picabia: Our Heads Are Round so Our Thoughts Can Change Direction», 20216-17, Ndr) aveva magnificamente messo in luce l’ampiezza delle metamorfosi di Picabia, il suo continuo cambiare direzione per non «stabilirsi» mai in un luogo, in uno stile. Ma, a forza di soffermarsi sulle rotture, si finisce per non vedere più ciò che le attraversa. Io ho voluto invece mostrare come, nell’opera di Picabia, vi siano motivi che ritornano, ostinatamente: il suo rapporto con la Spagna, con la danza, con l’amore. Perché Picabia era innamorato dell’amore…
In mostra figurano anche molti documenti. Come li ha scelti?
Ho lavorato sulla rete di amicizie che lo circondava. Per lui la creazione era un’avventura collettiva: seguire queste relazioni significa seguire anche il percorso della sua opera. Ho cercato di raccontarlo attraverso le lettere di Cocteau e Duchamp, le fotografie, i taccuini... E vorrei aggiungere una cosa cui tengo molto: una mostra, come un’opera, non è mai il frutto di una sola persona. Ciò che il pubblico scoprirà nasce dal lavoro di molti. E sono profondamente grata per la fiducia che in Italia mi è stata accordata.
Francis Picabia, «Untitled (Lévana)», 1930-36 ca, collezione privata. Courtesy of Larkin Erdmann