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Vincenzo Castella, «#1 Taranto», 1987

Courtesy BUILDING, Milano

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Vincenzo Castella, «#1 Taranto», 1987

Courtesy BUILDING, Milano

A Milano l’archeologia senza tempo di Vincenzo Castella

Building Gallery presenta una grande personale del fotografo napoletano: una sessantina di opere fotografiche di medio e grande formato, molte delle quali inedite

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

A sette anni dall’ultima sua mostra in galleria, BUILDING presenta dal 5 giugno al 3 ottobre la grande personale di Vincenzo Castella «Timeless Archaeology», curata da Marco Scotini, che occupa per intero i tre piani espositivi con una sessantina di opere fotografiche di medio e grande formato, molte delle quali inedite, parte del progetto di ricognizione del paesaggio industriale italiano avviato dall’artista dagli anni Ottanta del secolo passato, quando l’economia industriale stava ormai cedendo il passo al terziario, con le conseguenti, vistose trasformazioni del territorio.

Figura centrale della fotografia italiana contemporanea, presente con i suoi lavori in collezioni pubbliche e private come la Tate Modern di Londra e le collezioni Deutsche Bank-Milano e UniCredit, e con un solidissimo curriculum espositivo internazionale, Vincenzo Castella (Napoli, 1952; vive e lavora a Milano) ha fatto parte nel 1984 del drappello di artisti della fotografia che hanno partecipato al progetto miliare di Luigi Ghirri «Viaggio in Italia», che riuniva 20 maestri e futuri maestri di quella «Scuola italiana di paesaggio» che rifiutava il frusto cliché del «pittoresco», dello stupefacente, dello spettacolare, per puntare sulla quotidianità antieroica del nuovo paesaggio italiano.

Di quella stagione Castella ha conservato lo sguardo per così dire «neutrale», libero da superfetazioni simboliche e retoriche, ma fondato sull’indagine dei processi di trasformazione del territorio e della memoria visiva. Ne è scaturito un corpus di immagini, talora a colori (Castella è stato fra i primi  utilizzare il colore nei paesaggi industriali), in cui i «contenitori» anonimi degli spazi produttivi e le loro «viscere» fatte di macchine gigantesche e minacciose, osservati di volta in volta secondo modalità diverse, da cui traspaiono, reinterpretate, le procedure di approccio dei più grandi fra quelli che lo hanno preceduto (da Charles Sheeler e Bernd e Hilla Becher a Paul Strand, Werner Mantz e Albert Renger-Patzsch), ci consegnano l’immagine del momento in cui le industrie, che avevano costituito l’ossatura del «miracolo economico» italiano, conoscono il loro tramonto, per cedere il passo all’economia sempre più smaterializzata degli ultimi decenni.

È dunque una vera operazione archeologica quella compiuta da Castella, di un’archeologia che invece di andare a ritroso dei millenni si confronta con un passato recente sì, ma anch’esso sepolto: un’«archeologia senza tempo», come recita il titolo. Per usare le sue parole, «penso all’archeologia come metodo di deduzione per scoprire le cose. Archeologia come scienza che intende descrivere, rivelare, riportare alla luce del presente l’“avvenuto”».

Sono queste le immagini che occupano i primi due piani della mostra, a partire dalle dieci fotografie di «Baden» (Germania) che formano un corpus a sé stante (e l’unica presenza del digitale nell’intera mostra), cui tuttavia s’interseca, di recente, un nuovo interesse per il paesaggio naturale e botanico: immagini prive di lusinghe anch’esse e libere da ogni interpretazione emozionale, alimentate dal desiderio di restituire la complessità del reale.

Vincenzo Castella, «#3200 Venezia Marghera», 1997. Courtesy BUILDING, Milano

Ada Masoero, 03 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

A Milano l’archeologia senza tempo di Vincenzo Castella | Ada Masoero

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