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Mimmo Jodice, «Vedute di Napoli, opera 57, Via Marina», 1980 (particolare)

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Mimmo Jodice, «Vedute di Napoli, opera 57, Via Marina», 1980 (particolare)

A Milano Mimmo Jodice e il vuoto come spazio dello sguardo

Da Vistamare tre curatori, Andrea Villiani, Linda Fregni Nagler e Armin Linke, attraversano l’opera e l’archivio del fotografo napoletano, tra ricerca, memoria, antropologia e metafisica dell’immagine

Carolina Sandretto

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«È un po’ difficile spiegarti a parole cosa intendo. Sarebbe stato meglio, forse, mostrarti delle immagini del vuoto, del mio vuoto». Mimmo Jodice

«Immagini del Vuoto: dalla camera oscura alla camera chiara» (1 ottobre-14 novembre) è la quarta mostra di Mimmo Jodice da Vistamare a Milano, la prima dalla sua scomparsa. Tre voci e tre curatori (Andrea Viliani, Linda Fregni Nagler e Armin Linke) per tre viaggi all’interno dell’opera e dell’archivio dell’artista. «Durante questo viaggio abbiamo scoperto tante cose anche noi», dice Barbara Jodice, figlia dell’artista scomparso nel 2025, e curatrice dello studio Jodice.

Figura centrale della fotografia contemporanea, Mimmo Jodice ha sviluppato una ricerca personale in cui l’immagine non è semplicemente uno strumento per rappresentare la realtà, ma un mezzo per riflettere su di essa. Il suo lavoro unisce gesto e pensiero, dimensione fisica e metafisica, spazio e tempo. Sono proprio questi temi che legano Jodice a Linda Fregni Nagler e Armin Linke e che entrambi hanno sviluppato sia nel proprio lavoro, sia cercando e trovando lavori fotografici da scegliere per questa mostra corale.

La prima parte della mostra, curata da Andrea Viliani, occupa la stanza centrale della galleria. Ad accogliere il visitatore sono le fotografie delle cinque dita della mano: una sperimentazione del 1966 in cui Mimmo Jodice rivolge l’obiettivo alle proprie mani d’artista. Quelle cinque dita diventano, nello sguardo del curatore, un’immagine intima e simbolica della famiglia dell’artista, composta da cinque persone, e introducono la mostra a partire da questo nucleo affettivo e originario. «Una famiglia unita che si è sempre sostenuta e ha creato anche un altro artista», racconta Viliani.

La sala ospita inoltre la serie «Eden», un lavoro avviato dall’artista nel 1995 con un volume omonimo curato da Germano Celant. «Tutto è nato perché papà lavorava sempre prima in studio ai progetti, non usciva alla ricerca delle fotografie, ma le realizzava quando ne aveva già scritto mentalmente le immagini. In quel periodo, si era focalizzato su una mostra sulle nature morte del Seicento e del Settecento, dove vi si trovano fiori, frutti, ma anche terribili rappresentazioni di cacciagione, ci racconta Barbara Jodice. Nasce quindi il progetto “Eden”, nel quale Jodice trasforma il nostro quotidiano in una natura morta contemporanea: lo sottrae all’abitudine dello sguardo e ce lo restituisce in una forma più intensa e destabilizzante. Il movimento nelle fotografie, creato sapientemente in camera oscura, rende le immagini vive e ne aumenta la potenza».

Mimmo Jodice, «Eden, Opera 50», 1995

Dalla sala arriva una musica ritmica e gioiosa. È quella di Chi è devoto, libro di fotografie che Jodice ha prodotto con il musicologo Roberto De Simone nel 1974, che raccoglie fotografie e musiche di tradizione popolare e religiosa campana. Questa è la guida che segue Armin Linke in un viaggio antropologico nei diversi mondi che Mimmo Jodice ha fotografato per anni. «Ci sono i rituali religiosi di Mirabella Eclano e le fotografie delle carceri, che si collegano al lavoro sulla realtà operaia. Mimmo ha anche osservato il mondo andando in Giappone e in Cina negli anni Settanta, dove ha viaggiato senza sapere le lingue», ci spiega Armin Linke. Nelle teche progetti inediti, come «Controlettura di un Manifesto» (1975), Polaroid e fotografie di Jodice con altri artisti incontrati in quel periodo dell’arte a Napoli fra gli anni Sessanta e Settanta che ruotava intorno alla galleria di Lucio Amelio, come ad esempio il lavoro a quattro mani realizzato con Vito Acconci.

Linda Fregni Nagler invece guarda altrove, «all’assoluto, dice Barbara Jodice, lì c’è il tutto pieno, invece qui c’è il tutto vuoto. Eppure, le fotografie di papà non sono mai accomodanti, anche se sono diverse».

«Io sono molto innamorata del periodo dell’alba del fotografico, spiega Fregni Nagler, e ho iniziato a vedere questa ricorrenza nelle immagini di Mimmo, soprattutto nelle immagini silenziose, in una cornice dentro la cornice, in un’inquadratura dentro l’inquadratura. Ho subito pensato alle tre prime fotografie della storia, di Le Grand, Niepce e Daguerre. C’è questa ricorrenza della finestra come una prospettiva filosofica, l’idea che il nuovo medium che rappresenterà il mondo lo si utilizzi per la prima volta guardando fuori. Nel lavoro di Mimmo c’è questa finestra metaforica. Ma c’è anche un’immagine che ho un po’ insistito per avere, perché è il controcanto». L’immagine è quella di un occhio, quello di sua moglie Angela Jodice.

«È interessante perché è lo stesso artista, lo si riconosce, lo si sente, ma è anche come se il suo lavoro si fosse espanso attraverso lo sguardo dei curatori», racconta Francesco Jodice. A poco tempo dalla scomparsa di Mimmo Jodice, questa mostra è un’apertura sulla complessità del suo lavoro. Ne restituisce la profondità della ricerca e la varietà dei temi, confermando il suo posto tra gli artisti più significativi del nostro tempo.

Mimmo Jodice, «Eden, Opera 53», 1995

Carolina Sandretto, 01 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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