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Viva Villa

Franco Fanelli

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Cent’anni fa nasceva Emilio Villa, poeta e critico d’arte. È morto nel 2003, ma è più probabile che un ossequioso burocrate bizantino o uno strisciante cortigiano cinquecentesco molto meglio di lui si troverebbero a proprio agio tra i critici d’arte d’oggi. Villa era coltissimo (traduttore della Bibbia, scriveva in latino, greco antico, francese e portoghese ed era attratto dalle lingue scomparse, dal fenicio all’assiro), ma non dava nessuna importanza alla pubblicazione delle sue opere, ricambiato, in questo, dalle case editrici. Era appartato, misterioso, irriverente e dissidente. Era un anarcoide cultore della libertà di pensiero e d’azione. Non era un globe-trotter presenzialista, ma un militante autentico, in tempi in cui sostenere Burri, Fontana e Rothko non era così scontato e «sicuro». Precario a vita, non si affannava alla ricerca di sinecure e prebende, figurarsi una cattedra universitaria o all’Accademia o la direzione di un museo o di una biennale. Non teneva in gran conto il futuro dei suoi scritti (ogni tanto si dilettava a cambiarne la datazione, tanto per disorientare le tentazioni di eventuali filologi) e la sistemazione della sua «Opera poetica», che dà il titolo a una monumentale raccolta ora uscita per le edizioni L’Orma (ovviamente una casa editrice di nicchia), è costata un duro lavoro a Cecilia Bello Minciacchi, curatrice del volume. Ve lo immaginate uno così a fare la cocotte ai party di Art Basel Miami, o la maîtresse che guida le comitive dei collezionisti vip alle fiere, o l’art consultant di qualche stilista, il battitore d’asta, l’autore di pseudomanuali per la divulgazione del Verbo dell’arte contemporanea, il membro di una giuria per l’assegnazione di uno dei mille premi o «residenze d’artista» annualmente assegnati e opportunamente pilotati? I critici anzi curator attuali, che non mancano di citare devotamente Villa, si guardano bene dall’emularlo e anzi passano buona parte del loro tempo a contendersi le predette mansioni. Infatti in privato lo considerano uno sfigato, esattamente come gli outsider, meglio se nonagenari o defunti, che però inseriscono come curiosi reperti nelle loro mostre per farisaica esibizione di indipendenza dal mercato. D’altra parte oggi, rispetto ai tempi di Villa, i posti di lavoro nell’arte contemporanea si sono moltiplicati. C’è spazio, se non per tutti, certo per tanti, a patto di sostituire alla consistenza e al peso delle parole (forse il peso dei sassi su cui il critico poeta, in una performance, scrisse alcuni versi per poi gettarli nel Tevere) l’impalpabile volatilità di veline e velinisti, vetrine e vetrinisti.

Franco Fanelli, 17 febbraio 2015 | © Riproduzione riservata

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