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Con la mostra «Hsiao Chin. Una collezione», aperta fino al 15 settembre, Giorgio Marconi mette in scena un altro dei lunghissimi sodalizi da lui intrecciati con gli artisti della sua storica galleria: con Hsiao Chin (Shanghai, 1935), la collaborazione e l’amicizia data dai primi anni Sessanta, subito dopo l’arrivo dell’artista a Milano. Precoce fondatore in Cina di Ton-Fan, la prima avanguardia astratta locale, Hsiao Chin si sarebbe prima trasferito a Madrid e Barcellona, dove avrebbe frequentato Joan Miró e Antoni Tàpies, poi a Parigi e, nel 1959, a Milano, dove è rimasto sempre, con il solo intervallo del soggiorno a New York (accanto a Rothko, de Kooning, Rauschenberg e Sam Francis) tra il 1967 e il 1971: gli anni in cui avrebbe impresso una svolta minimalista alla sua pittura.
A Milano, amico di Fontana, Crippa, Manzoni e Castellani, avrebbe consolidato la sua vocazione astratta, conservando però l’impronta della cultura cinese e degli insegnamenti del suo primo maestro di Taiwan, il cui frutto è quel suo inconfondibile astrattismo poetico e rarefatto, ispirato al pensiero taoista e sorretto da un equilibrio perfetto tra pieni e vuoti, bianchi e colori, silenzio e gestualità.
La grande mostra ora aperta nella Fondazione Marconi esibisce l’intera collezione di opere di Hsiao Chin formata nel tempo dal gallerista: sono 200 lavori, tra gouache e inchiostri su carta di riso e acrilici e inchiostri su tela, tutti abitati dai segni universali del cerchio, del quadrato, della spirale, nei quali i grafemi orientali s’intersecano con la lezione di Rothko, Matisse o Malevic, in un intreccio di culture oggi più che mai attuale.
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