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Klein Blues

Guglielmo Gigliotti

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Mai un saggio su Yves Klein (1928-62) era andato cosi addentro nei recessi della mente dell’uomo che concepì il cielo come sua prima opera d’arte. Da oggi, la raccolta di saggi dell’americano Thomas McEvilley sarà strumento imprescindibile per chi voglia essere edotto su tutte le implicazioni storico-artistiche, culturali, antropologiche, psicanalitiche e finanche mistiche di colui che si definiva Yves le Monochrome, ovvero di chi non solo riteneva che l’arte suprema fosse la monocromia blu, ma che monocromo fosse lui stesso.
Colore del mare e del cielo (e dunque dell’immenso), colore assoluto e senza dimensione, il blu, steso uniformemente su tele, sculture, e oggetti, rappresentava la realtà di qualcosa che, come amava dire l’artista, «non è mai nato e mai morto», era il colore del vuoto, quando il tutto coincide col niente. 

Il volume evidenzia come questo grande sognatore si ponga, negli anni tra il 1955 e il 1962, nel cuore non solo cronologico del Novecento, ma pienamente storico-artistico, costituendo una sintesi tra l’assoluto pittorico di Malevic e l’arte come inazione di Duchamp, e al contempo anticipando molte delle correnti artistiche dei decenni a venire, e tutt’ora ancora non sopite: arte concettuale, Body art, arte comportamentale, Land art ecc. L’amico Pierre Restany lo definì «l’ultimo profeta d’Europa»; è stato un mito in vita, e un mito lo è ancora più adesso.

Ma prima di essere un mito, era un uomo. Il libro scandaglia tutte le grandi fragilità di questo grande artista, tutte le contraddizioni del cantore dell’unità della vita nello spazio infinito dell’universo. Morì di infarto perché ha assunto sin da giovane età ampie dosi quotidiane di anfetamina, capace di stimolare la sua mente, ma anche di sovraccaricare il cuore, era litigioso, patologicamente egoico.
Gli amici Arman, Tinguely, la moglie Rotraut Uecker, lo ricordano così: incapace di vivere, ma bravissimo a volare. La foto del 1960 in cui si autoritrae mentre salta da un alto muro è accompagnata dalle parole «il pittore dello spazio salta nel vuoto». Sapeva che sarebbe morto giovane, perché solo con la morte sarebbe diventato come le sue opere invisibili, che vendeva in forma di vibrazione mentale; solo con la morte sarebbe diventato definitivamente immateriale.


Yves il provocatore. Yves Klein e l’arte del ventesimo secolo, di Thomas McEvilley, trad. di Irene Inserra e Marcella Mancini
252 pp., ill.
Johan & Levi editore, Monza 2015
€ 25,00

Guglielmo Gigliotti, 31 ottobre 2015 | © Riproduzione riservata

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