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Arabella Cifani
Leggi i suoi articoliMelania G. Mazzucco in questi anni si è esercitata nelle indagini sulle donne artiste. Plautilla Bricci, Marietta Tintoretto, Annemarie Schwarzenbach e molte altre sono state scolpite dalla sua penna: ferite ma forti, simboli dolenti della disgrazia di nascere donne in un mondo da sempre e per sempre a loro ostile. In questo nuovo libro Mazzucco si cimenta in uno dei suoi esercizi preferiti: quello dell’èkphrasis, ovvero di quella figura retorica in cui la descrizione di un oggetto, persona, opera d’arte, è delineata con uno stile virtuosistico così elaborato da poter concorrere per forza espressiva con quanto viene descritto.
Parte in quarta e va subito al sodo: ci avvisa che faremo un viaggio in 36 tappe fra opere nelle quali la donna è due volte soggetto, perché dipinge personalmente il quadro e perché si autoritrae in esso. Il primo quadro, della bolognese Elisabetta Sirani (1638-65), è «Porzia che si ferisce una coscia» (1664), dandosi una coltellata: nel gesto dell’eroina romana si riflette la vita della pittrice, la sua rabbia repressa nei confronti del padre padrone.
Con Porzia si apre un viaggio che parte dal tema della nascita e dell’infanzia, con opere come «Le Berceau» («La culla», 1872) di Berthe Morisot (1841-95), dipinto stroncato e ridicolizzato dai critici benpensanti e che le valse la definizione di prostituta, un insulto che si pratica ancora oggi da parte degli uomini verso qualsiasi tipo di donna, fosse anche un premio Nobel.
Il capitolo della giovinezza presenta quadri intriganti e considerazioni amare: la celeberrima «Negresse» («Portrait de Madeleine», 1800), capolavoro di Marie-Guillemine Benoist (1768-1826), testimonia di un’eccelsa pittrice che in quanto donna fu esclusa dall’Accademia di Parigi e che dovette comunque abbandonare la carriera perché ledeva il buon nome di quella del marito, consigliere di Stato (e chi lo ricorda più il marito?).
Vi è poi una sottile analisi dell’erotismo nell’arte, che è essenzialmente un genere in cui le donne sono protagoniste nude, ma dipinte da uomini per quadri che servivano spesso agli stessi per eccitarsi nel privato. Poche invece le donne che praticarono in proprio il nudo e fra esse la veneziana Giulia Lama (1681-1747). Mazzucco esplora poi le gravidanze: un bel soggetto, dove le donne stanno a fare quello che devono anche se Antonia Eiriz (1929-95) sbaraglia i giochi con una terrificante scena dove la maternità ne esce assai male, come «oppressione, intrusione, imposizione», portatrice di dolore e morte.
Seguono gli aborti e qui ci si può sgomentare con una tela di Frida Kahlo (1907-54) con un’emorragia in corso, certo non una di quelle tele che piacciono tanto alle folle. Altre indagini spaziano fra la sessualità, la sorellanza, la vita come madre, come donna sola, come moglie, con esiti piuttosto deprimenti. Anche il lavoro non consola perché sono quasi tutte contadine, serve o madri, con le eccezioni di Emma Ciardi (1879-1933) che si autoritrae nel suo studio e della raffinatissima pittrice giapponese Katsushika Ōi (1800-66).
La vecchiaia alle donne artiste (a differenza degli uomini) non porta solitamente bene. Si salva Giosetta Fioroni (1932) che si autoritrae vecchia in un gruppo plastico in resina tenendo per mano una Giosetta di nove anni: una speranza sospesa fra Pop art e Metafisica di una donna coraggiosa e geniale. Un libro da meditare dove il percorso collettivo di artiste di tutti i secoli evidenzia il desiderio femminile di realizzarsi nell’arte, liberandosi da ruoli e situazioni che da sempre sono stati loro assegnati.
«Anunciación» (1963) di Antonia Eiriz, L’Avana, Museo Nacional de Bellas Artes de Cuba. © Museo Nacional de Bellas Artes de Cuba
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