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Stefano Causa
Leggi i suoi articoliPer gli appassionati un dono irrinunciabile, un’antologia utile anche agli specialisti del maestro americano. Si tratta di una scelta generosa dai quattro volumi dove Hopper e la moglie Josephine Nivison registrarono il lavoro di una vita. Ciascun quadro è rifatto in schizzo con un commento telegrafico. Qualcosa di simile al «Liber Veritatis» di Claude Lorrain, dove il sommo paesista lorenese fu costretto ad annotare i quadri per evitare i plagi. Il tutto donato al Withney Museum che i newyorkesi potrebbero ribattezzare Casa Hopper.
Edward e Jo erano coetanei. Hopper se ne andrà nel 1967; Jo nel 1968. Da quest’inventario trapelano scene da un matrimonio tra slanci e quotidiani inferni. Poi c’è Hopper: e tutti sappiamo di che cosa si tratta. Maestro di strade e distanze. Di fondali sgombri e cinema vuoti. Di paesaggi chiarissimi, barche a vela e interni nudi misurati con sapienza (si può osare una storia dell’architettura tra le due guerre confidando in Hopper).
Una confezione elementare quanto realistica che Hopper difende con un’amministrazione delle pause che rievoca la metrica di una predella quattrocentesca. Se esistono quadri che si possono imparare a memoria, sono questi. Hopper, fuori dello spettacolo, è l’americano più famoso che esista. Nessuno dei pittori figurativi americani godrà del suo privilegio di ricomparire, in affiche, nelle anticamere del commercialista o del medico.
Nel mosaico di nessi che ha accompagnato la legittimazione iconografica di questi mesi (anni) di pandemia, lui rimane un indirizzo obbligato. Certo il domicilio coatto dei suoi sparuti personaggi distrattamente assorti non gode del conforto di smartphone e piattaforme digitali. Ma ricacciato tra le ragioni e le regioni della Storia dell’arte è un pittore tutto da ripensare.
Hopper era stato a Parigi, alla vigilia della morte di Cézanne, quando ci si industriava a capire che cosa portare, e che cosa no, di quell’immensa eredità. Che ne pensasse Hopper è chiaro dato che, nel 1910, si ritira strategicamente in patria.
Hopper può parere una sorta di Nabis americano. Una versione alleggerita di memoria e letteratura di Félix Vallotton (il quale gli avrà insegnato a esplorare gli interni olandesi del Seicento dove i silenzi si riempiono di attese e luce). Un profeta riambientato nell’East Side di Manhattan. Stesso uso delle pause, uguale economia di mezzi e volontà di asciugare l’immagine.
Ma mentre i francesi a cavallo tra i due secoli costringono il cielo (e molto altro) in una stanza, Hopper lascia sempre una via di fuga ai suoi (e al suo pubblico). Perciò cinema e pubblicità non hanno mai smesso di nutrirsene. Un film come la «Rabbia giovane», 1973, è una lezione su Hopper. E qualcosa da lui deve aver preso il giovane Miles Davis quando si accorse che una nota tenuta vale più di cento accumulate. Al di là del bene e del Malick.
Edward Hopper. Dipinti e disegni dai libri mastri, a cura di Adam D. Weinberg, Deborah Lyons e Brian O’Doherthy, traduzione di Cristiano Screm e Fides Modesto, 152 pp., ill. col. e b/n, Jaca Book, Milano 2020, € 50
Ewdard Hopper «Morning in a City», 1923
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