«Blue Handkerchief, Red Handkerchief» (1977), di Hal Fischer. Geraldine Murphy Fund. © 2024 Hal Fischer

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«Blue Handkerchief, Red Handkerchief» (1977), di Hal Fischer. Geraldine Murphy Fund. © 2024 Hal Fischer

Al MoMA fotografia e arte concettuale evidenziano il rapporto tra immagini e parole

L’allestimento rimarrà visibile fino al 2025 rinnovandosi ciclicamente

Rica Cerbarano

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Al quarto piano del MoMA, nella Galleria 419, ha recentemente inaugurato «Photography and Language», un allestimento che trae ispirazione dalla mostra omonima tenutasi nel 1976 a San Francisco e dalla pubblicazione che l’accompagnava. All’epoca, il progetto messo in piedi dall’artista Lew Thomas attraverso quella che fu una sorta di «open call ante-litteram», fu un vero e proprio punto di svolta per gli artisti visuali californiani e per un’intera generazione interessata a un approccio concettuale al medium fotografico.

L’esposizione in corso, visitabile fino all’autunno del 2025, prende spunto da questa esperienza cruciale nella storia della fotografia per espandersi oltre, andando a includere opere di 12 artisti americani e internazionali: oltre a Hal Fischer, Lew Thomas, e Donna-Lee Philips (membri della scena fotografica della Bay Area) troviamo Jared Bark, Matt Keegan, Robert Cumming, Valie Export, Marcia Resnick, Sunil Gupta, Keiji Uematsu, On Kawara e Martha Wilson. Elemento in comune è l’influenza che l’arte concettuale ha esercitato sulla loro pratica, soprattutto nell’indagine del rapporto tra il mezzo fotografico e l’espressione linguistica.

Attualmente in mostra sono esposte 67 opere provenienti dalla collezione del Museo, oltre a tre pubblicazioni della biblioteca del MoMA. «Le gallerie della collezione del MoMA vengono allestite con nuovi temi, artisti e opere ad ogni stagione. In questo caso, siamo entusiasti di includere opere che fanno parte della collezione da molti anni insieme a nuove acquisizioni», racconta Lucy Gallun, Associate Curator del dipartimento di fotografia dell’istituzione newyorkese. «Tra le opere esposte per la prima volta al MoMA ci sono quelle della serie “Fragments from a Visual Journal” di Donna-Lee Phillips, artista che ha lavorato a stretto contatto con Lew Thomas negli anni ’70 e ’80; con lui ha infatti fondato la NFS Press ed è stata l’ideatrice della pubblicazione “Photography and Language”».
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Nel corso della mostra le opere esposte al pubblico cambieranno, evitando così di incorrere in problematiche di conservazione dovuta all’esposizione eccessiva. Tra i nomi esposti spicca quello di Matt Keegan, artista contemporaneo che indaga il modo in cui parole e immagini si intersecano nella cultura odierna. La sua inclusione prova a rispondere all’interrogativo su quale sia il lascito degli anni Settanta sulle nuove generazioni. «Mentre riflettevamo sull’influenza della mostra e della pubblicazione “Photography and Language”, abbiamo pensato che potesse essere efficace includere una serie recente attraverso la quale considerare i modi in cui gli artisti hanno continuato a esplorare il rapporto tra il mezzo fotografico e la struttura del linguaggio» racconta Gallun. «Per venticinque anni, la madre di Keegan, un’americana di prima generazione di origine cubana, ha insegnato inglese come seconda lingua (ESL). Per facilitare le sue lezioni, creava delle flashcard fatte in casa. Rimuovendo qualsiasi testo dalle immagini che trovava in riviste, cataloghi e giornali, la madre dell’artista assegnava le sue parole e frasi a ogni flashcard, creando il proprio vocabolario visivo. A partire da questa esperienza autobiografica. Keegan ha utilizzato un set di flashcard prodotto in serie per creare una sorta di gioco all'interno del suo appartamento, posizionando ogni carta vicino all’oggetto o all’idea che forse intendeva rappresentare». La ricerca fotografica di Keegan si esprime come un’estensione di quello che è il suo interesse verso il linguaggio e le parole, sviluppatosi con molta probabilità anche grazie alla sua esperienza autobiografica e familiare.

«Nei prossimi mesi, man mano che le fotografie di Keegan usciranno dalla galleria, saremo lieti di condividere altre opere contemporanee che sono plasmate dalle intersezioni tra fotografia e linguaggio, ognuna delle quali affronta l’importante eredità che ci ha lasciato l’arte concettuale degli anni Settanta». Era quello un periodo in cui le possibilità di ricerca della fotografia si allargavano verso orizzonti che travalicano la divisione in generi e stili, offrendo occasioni di riflessione sul funzionamento dei sistemi di comunicazione, sull’aspetto sociolinguistico dell’espressione artistica e sulla fotografia come strumento di indagine semantica con cui disinnescare i meccanismi che regolano le strutture del linguaggio. «Nel considerare i modi in cui le immagini producono significato, spiega la curatrice, gli artisti presenti in questa galleria si sono spinti oltre la definizione tradizionale del mezzo fotografico, anche se hanno utilizzato elementi da tempo associati alla fotografia (come la serialità o le didascalie) all’interno di nuovi formati. Uno degli aspetti più soddisfacenti dell’organizzazione di questa mostra è stata l’opportunità di far dialogare opere recenti con lavori degli anni Settanta, consentendoci di apprezzarne l’influenza continua».
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Guardando i lavori presentati, si evidenzia come pochi altri artisti siano capaci di risuonare così contemporanei ancora oggi. Le riflessioni teoriche affrontate dagli autori che si sono cimentati nell’esplorazione dello studio semiologico delle immagini, del rapporto tra significato e significante e dell’entità ambigua di fotografia come «linguaggio senza codice» (venendo senza dubbio influenzati dagli scritti di intellettuali come Roland Barthes, Victor Burgin, Allan Sekula e Martha Rosler, solo per citarne alcuni) risuonano ancora oggi nella ricerca artistica di alcuni autori contemporanei che indagano soprattutto i confini del mezzo fotografico, sia in termini fisici che concettuali. Approfondire questa connessione non può che portare benefici alla consapevolezza critica delle nuove generazioni, sia per gli artisti, ma anche per i curatori e più in generale gli addetti ai lavori. E il MoMA questo sembra averlo intuito.

Rica Cerbarano, 05 marzo 2024 | © Riproduzione riservata

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