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Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliDipinti sospesi e sovrapposti fluttuano su due livelli, trasformando lo spazio galleristico in un labirinto tridimensionale ed esplorabile. È l’architettura espositiva curata dal progettista giapponese Kimura Hiroyuki a introdurre «Panchito & Maxsi», la personale di Vivian Suter (Buenos Aires, 1949) allestita negli spazi della galleria Melas Martinos ad Atene dal 30 settembre al 16 gennaio 2027. Un’esposizione che scardina la concezione classica della tela come perimetro chiuso e autosufficiente, dimostrando come la pittura possa travalicare i propri confini materiali per occupare e respirare l’ambiente circostante.
Al centro della poetica di Suter risiede un ribaltamento concettuale radicale: la rinuncia al controllo assoluto dell’opera e la ridefinizione dell’autorialità. Dopo una prima fase di successo seguita alla formazione presso la Kunstgewerbeschule di Basilea nei primi anni Settanta, l’artista sceglie nel 1981 di ritirarsi a Panajachel, nel cuore del Guatemala. Questo isolamento volontario, lontano dalle logiche pressanti del mercato dell’arte, trova il suo punto di svolta drammatico tra il 2005 e il 2010, quando due devastanti uragani allagano completamente il suo atelier.
Di fronte alle tele sommerse dal fango e deteriorate dall’acqua, Suter prende una decisione controcorrente: anziché restaurare o ripulire le superfici compromesse, sceglie di abbracciare l’imprevedibilità degli eventi naturali. Da quel momento, l’ambiente diventa il suo principale co-autore. Esposte quotidianamente all’azione degli agenti atmosferici, della vegetazione e della fauna locale, le sue opere incorporano il degrado, la muffa e la decomposizione come elementi strutturali. La pittura cessa di essere un manifesto statico e si rivela per ciò che è realmente: una materia fragile, instabile, vulnerabile e soggetta a una perenne metamorfosi.
I circa 60 lavori raccolti in mostra ripercorrono decenni di questa sperimentazione sotterranea, rimasta a lungo nell’ombra prima che la fondamentale partecipazione a documenta 14 nel 2017 la proiettasse nuovamente al centro della scena critica globale.
A completare questa narrazione stratificata, il percorso integra una raffinata selezione di piccoli collage firmati da Elisabeth Wild (1922-2020), madre dell’artista. Fuggita dall’Austria nel 1938 e diplomatasi a Buenos Aires prima di seguire la figlia in Guatemala, Wild ha sviluppato nella maturità le sue celebri «Fantasías»: composizioni geometriche ed enigmatiche nate dal ritaglio di immagini di architettura, design e cultura di massa. Nel loro rigore minuzioso e visionario, i micro-mondi della madre offrono un contrappunto perfetto e inatteso alla gestualità viscerale, atmosferica e indisciplinata della figlia.
Elisabeth Wild, «Untitled», 2017