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Elisabetta Matteucci
Leggi i suoi articoliDa molti anni in febbraio nel Museo del Carnevale, che ha sede all’interno della Cittadella del Carnevale, o nella Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea «Lorenzo Viani», dove si conserva la più importante collezione pubblica a livello italiano di opere dell’artista viareggino, la cittadina versiliese puntualmente celebra l’anniversario della nascita di questa manifestazione popolare con una mostra promossa dalla Fondazione Carnevale. È davvero emozionante assistere alla corale partecipazione sia della città, trasformatasi per l’appuntamento annuale in un incredibile laboratorio creativo, sia dei progettisti e realizzatori dei celebri carri allegorici.
Sono loro, i carristi, i veri depositari di un’arte che si tramanda di generazione in generazione, grazie a una formula tradizionale: la cartapesta. Un materiale povero ma straordinariamente versatile che permette di dare forma a creazioni monumentali e al contempo effimere, trasformando l’idea in immagine vivente. Riuscire, grazie all’unione di immaginazione, tecnica e manualità, a tradurre e a dare un senso visivo a un evento tanto sentito a livello locale ma radicato su tutto il territorio nazionale, basti pensare a Firenze, Roma o a Venezia, è un argomento che mi ha sempre affascinato. Il tema del Carnevale, infatti, nel corso dei secoli ha sempre suscitato una costante riflessione artistica. Da rito popolare a dispositivo simbolico, esso si è imposto come soggetto capace di generare diverse modalità espressive, sperimentazioni e visioni differenti nelle molteplici manifestazioni artistiche. Insomma, indagare le numerose connessioni che tale tema, indissolubilmente legato alla Commedia dell’Arte, suggerisce significa attraversare epoche e linguaggi. Equivale a intraprendere un lungo viaggio attraverso i secoli e le nostre tradizioni seguendo le trasformazioni di un immaginario che, di volta in volta, si è rinnovato e stratificato. Da rito pagano a metafora sociale, da spazio di sovversione simbolica a teatro dell’identità collettiva, il Carnevale ha esercitato un ruolo significativo nell’ispirazione degli artisti, configurandosi come modello iconografico universale. La sua persistenza nella storia dell’arte, alla stregua di un’araba fenice che continua a consumarsi e a rinnovellarsi senza mai estinguersi, testimonia non solo la vitalità del soggetto che si trasforma, si sedimenta per poi risorgere mutato a nuova vita, ma anche la straordinaria capacità di adeguarsi e risuonare nei contesti culturali più diversi.
Ma quando nasce il Carnevale e, soprattutto relativamente a Viareggio, qual è la sua origine? È un dato acquisito che il 1873, anno di realizzazione della Darsena Toscana, si svolge il primo corso mascherato. Per la precisione, proprio la data 8 febbraio 1873 compare impressa su un manifesto conservato all’Archivio di Stato di Lucca, che annunciava per il giorno di martedì grasso un corso e una serie di veglioni. Ma già trent’anni prima, tra il 1843 e il 1846, sempre nel Granducato di Toscana, l’illuminato Pietro Leopoldo II d’Asburgo Lorena aveva commissionato con una finalità propagandistica al pittore di corte Giovanni Signorini, padre del futuro artista macchiaiolo Telemaco, destinato a oscurarne la fama, cinque dipinti di tenore autocelebrativo raffiguranti le più importanti feste cittadine: «Fuochi d’artificio dal ponte alla Carraia», il «Palio dei cocchi in Santa Maria Novella», la «Corsa dei barberi al Prato», la «Befana al mercato nuovo» e il «Berlingaccio»: un soggetto tipicamente fiorentino quest’ultimo e non riconducibile a un contesto religioso, ma legato al corteo di carrozze che il giovedì grasso da piazza Santa Croce, sfilando di fronte al Duomo e in via Tornabuoni, terminava il percorso in piazzetta Santa Trinita. Una sorta di performance ante litteram praticata in spazi urbani attraverso studiate coreografie e con l’ausilio di un accompagnamento sonoro. Doveva essere davvero liberatorio assistere o addirittura prendere parte a quel corteo allegro e vociante che incontrandosi e mescolandosi con il pubblico permetteva a quest’ultimo, in virtù del solo contatto, di partecipare a questa azione sinergica di arte, musica, danza e teatro. Protagonista indiscussa era, infatti, una folla chiassosa e danzante animata da maschere che con la loro genuina vitalità e un’incontenibile «joie de vivre» intendevano travalicare confini, gerarchie e annullare le distanze sociali. Era finalmente cominciata una nuova era dopo i severi provvedimenti emanati da Napoleone sul finire del Settecento, volti ad abolire per ragioni di sicurezza qualsiasi tipo di festeggiamento in maschera e rappresentazione teatrale. E pure di un nuovo orizzonte posto a una distanza siderale rispetto agli elitari ed esclusivi «bals masqués», molto diffusi in epoca Impero, solitamente ispirati a un soggetto storico.
Anche a Viareggio l’evoluzione fu rapida: dalle semplici carrozze decorate ai grandi carri allegorici il passo fu breve, inaugurando una tradizione artistica originale e duratura che avrebbe unito ingegno, tecnica e creatività in un rito laico collettivo di grande impatto visivo e culturale. Secondo quanto riportato nel 1923 sulla rivista «Viareggio in Maschera», pubblicazione popolare legata all’ambiente del Carnevale e alla sua dimensione satirica, riccamente illustrata con caricature, vignette e componimenti in vernacolo, l’idea nacque durante una riunione a base di budini e marsala al Caffè del Regio Casinò tra alcuni giovani borghesi che da Lucca erano soliti trasferirsi a Viareggio nei mesi invernali per godere del suo clima mite e temperato. Furono loro a decidere di organizzare una sfilata di carrozze addobbate lungo la Via Regia, da cui Viareggio prende il nome, per festeggiare il Carnevale.
I viareggini, fortemente legati alla propria identità locale e spesso in tensione con le élite lucchesi, trovarono nella sfilata carnevalesca un’occasione per affermare la propria partecipazione alla vita collettiva della città. La presenza alla festa consentì loro di manifestare in forma simbolica il proprio protagonismo, trasformando la sfilata in un momento di riconoscimento civico e di espressione culturale condivisa. Durante la prima edizione, però, accadde qualcosa di significativo: accanto al corteo di persone in festa comparvero carri decorati con finalità critica e ironica che prendevano in giro l’amministrazione pubblica soprattutto per l’emanazione delle severe ed elevate disposizioni tributarie. Da subito, quindi, il Carnevale di Viareggio assunse una forte connotazione di satira politica e sociale che ancora oggi lo caratterizza. Del resto, alla fine dell’Ottocento quella piccola cittadina costiera affacciata sul Tirreno piano piano stava imponendosi come meta di soggiorno e centro balneare di primo piano, in grado di garantire effetti benefici per la salute grazie a bagni di mare e sabbiature. Emergendo rispetto a Livorno e acquisendo un nuovo ruolo nel panorama turistico e culturale italiano, Viareggio cominciava a essere frequentata dalla borghesia toscana e nazionale. Il Carnevale nacque quindi in un contesto di sviluppo turistico della città, di affermazione della borghesia urbana e in un clima politico postunitario, con tensioni legate a tasse e a un’iniqua gestione amministrativa. La festa divenne così uno spazio pubblico in cui il popolo attraverso la caricatura poteva esprimere pungenti critiche verso il potere. I primi carri, trainati da bovi, erano molto rudimentali; i pianali provenivano dai cantieri della Darsena viareggina o dalle cosiddette «mambrucche» di Pietrasanta o di Seravezza, dove erano usati per trasportare i marmi estratti dalle cave nelle Apuane al Forte dei Marmi per essere imbarcati sui navicelli. Tra i primi carri animati da maschere, e recanti al centro una tavola riccamente imbandita, si distinse nel 1883 uno dal titolo «I quattro mori», realizzato dalla Regia Marina e riproducente il monumento simbolo di Livorno. Seguì il periodo dei cosiddetti «carri trionfali» di carattere storico e sociale volti a riprodurre i traguardi del progresso come il Traforo del Sempione, i capolavori artistici universalmente riconoscibili e le invenzioni scientifiche dell’epoca realizzate in diversi materiali come legno, gesso, scagliola e juta. «Il trionfo dei fiammiferi», ad esempio, riproduceva una scatola di cerini aperta da cui uscivano tanti figuranti vestiti da fiammiferi.
Nel corso dell’Ottocento, il Carnevale alimentò la creatività di numerosi artisti, stimolando una riflessione sulle tradizioni popolari e sull’immaginario festivo che avrebbe influenzato la produzione visiva dell’epoca. E se indagare identità, critica sociale e possibilità narrative del travestimento fu una fonte di ispirazione letteraria prediletta da autori quali Heinrich Heine o Victor Hugo, che vi attinsero per narrare il grottesco e il sovvertimento sociale, in pittura non possiamo dimenticare artisti come Carlo Bossoli, Ippolito Caffi, Giacomo Favretto, Carlo Grubacs, Bartolomeo e Achille Pinelli e Francesco Hayez. Ma forse il primato, a parte i meno noti Ferruccio Scattola, Pio Joris e Antonio Zona, spetta a un artista emiliano, Gaetano Chierici, uno dei pittori di genere che più intensamente hanno indagato la dimensione ludica e infantile del Carnevale, distinguendosi soprattutto per il dipinto «La maschera», opera realizzata in più versioni, in cui l’osservazione attenta della vita quotidiana del popolo si fonde con la teatralità e il grottesco della tradizione carnevalesca.
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