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Venezia, fonte: Wikipedia

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Venezia residente, resistente, resiliente. Il progetto 2,73 giorni: la durata media del soggiorno turistico in città

Il progetto In «2.73 giorni», ospitato a Venezia negli spazi di Casa 2.73 e curato da Susanna Ravelli e Francesco Perozzi, riflette sulla condizione dell’abitare contemporaneo a partire dal dato del turismo di breve durata. Attraverso pratiche artistiche e partecipative di Atelier dell’Errore, Renata Boero e Giovanni Gaggia, la casa si trasforma in dispositivo critico tra spazio domestico, città e comunità

Redazione GdA

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Se il confine delimita e separa, la soglia è uno spazio intermedio, instabile, attraversabile, in cui il passaggio implica sempre una trasformazione. È una condizione di transito più che una linea di demarcazione. Un dispositivo percettivo e politico insieme. Nel progetto In «2.73 giorni», presentato a Venezia negli spazi di Casa 2.73, la soglia si sposta invece su un piano temporale e urbano. Il riferimento ai 2,73 giorni – durata media del soggiorno turistico nella città storica di Venezia – è una frattura interpretativa: ciò che viene misurato è il tempo del passaggio, non quello dell’abitare. La casa privata trasformata in spazio espositivo diventa così una soglia operativa tra città-vetrina e città-abitata, tra consumo dell’immagine e costruzione della vita quotidiana. In questo senso, Casa 2.73, progettata da Bellinato Giacomazzi Architetti, si configura come un prototipo di «residenza resiliente», cioè come dispositivo critico che interroga la fragilità dell’abitare contemporaneo in un contesto di turismo di massa.

Il progetto, a cura di Susanna Ravelli e Francesco Perozzi, inaugura il 6 maggio 2026 e resta aperto fino al 10 maggio, articolandosi poi in quattro appuntamenti lungo la stagione 2026, in corrispondenza dei momenti nodali della Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, dalla preview di maggio fino al finissage di novembre. Ogni tappa introduce un nodo tematico distinto, costruendo una sequenza che non si esaurisce nel singolo evento ma si sedimenta nel tempo come accumulo di senso. La cornice è quella dell’ospitalità, intesa nel suo significato più critico: una condizione attraverso cui l’arte incontra chi abita la città, sia il visitatore temporaneo sia il residente stabile.

In questa prospettiva si inserisce il tema delle pratiche comunitarie. Perché lo spazio domestico che si apre al pubblico diventa luogo di relazione e costruzione. Le opere di Giovanni Gaggia, fortemente orientate a processi partecipativi, e la pratica dell’Atelier dell’Errore – collettivo che assume la diversità neurodivergente come condizione generativa e non marginale – contribuiscono a definire un’idea di comunità fondata sulla coesistenza delle «differenze». In un contesto urbano sottoposto a forte pressione turistica, la casa diventa un luogo da difendere più che da abitare. Le opere di Renata Boero, con i loro processi organici e cromatici in trasformazione, introducono una temporalità non stabile, in cui la materia è soggetta a mutamento continuo. La preservazione non è fissazione, ma attenzione al ciclo vitale, alla trasformazione come forma di permanenza.

Redazione GdA, 03 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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