Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoli
Jahvé invia la pestilenza sul popolo di Israele
Pittore, architetto e scrittore al servizio di Medici e papi, Giorgio Vasari (Arezzo 1511-Firenze 1574) è l’uomo che porta le arti nel pieno della cultura umanistica e trasforma gli artisti da uomini di tecnica e bottega a uomini illustri. Trattando le arti come si trattano i testi e gli autori classici, fonda la disciplina della storia dell’arte: un campo strutturato di conoscenza, storia e cultura. Cresciuto tra Arezzo e Firenze nella cerchia medicea, trova a Roma l’epicentro di una formazione artistica elevata, il terreno dove germoglia la cultura umanistica, letteraria e collezionistica alla base della sua opera più nota, Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, primo vero trattato artistico insieme alle Lettere di Pietro Aretino. Roma non è per lui solo il luogo della formazione, ma quello in cui arte, cultura umanistica, reti di protezione e committenza si saldano dentro un sistema di connessioni tra artisti, letterati, antiquari e collezionisti. Un periodo straordinario cui guarda la grande mostra dei Musei Capitolini «Vasari e Roma: l’inventore della “Maniera Moderna”» a Palazzo Caffarelli fino al 19 luglio, con oltre 70 dipinti, disegni e documenti per ricostruire il legame tra Vasari e la città dei papi. A Roma si struttura in modo definitivo il suo linguaggio, la sua carriera e la sua posizione intellettuale nel Cinquecento e nei secoli a venire. Tra il 1532 e il 1553 le frequentazioni romane – dalla protezione del cardinale Ippolito de’ Medici al legame con il banchiere Bindo Altoviti – aprono a Giorgio Vasari l’accesso ai principali ambienti culturali della città. Attorno a questi nomi si muove però una più ampia rete toscana a Roma, che sostiene, filtra e indirizza occasioni, protezioni e incarichi, dando al suo percorso una precisa struttura politica e sociale. Frequentando la corte del cardinale Alessandro Farnese è a contatto con artisti, letterati ed eruditi che condividono un terreno comune, in cui fare arte significa anche studiare l’antico e costruire collezioni. È il contesto nel quale nascono Le Vite e in cui prende forma il suo modo di intendere il collezionismo: raccogliere disegni per studiare, confrontare e ordinare le opere. Il disegno, per Vasari, non è solo esercizio di bottega, ma strumento di conoscenza, memoria, confronto e classificazione, il filo che tiene insieme lo studio dell’antico, la scrittura delle Vite e il rapporto con le raccolte. Parallelamente, la decorazione della Sala dei Cento Giorni alla Cancelleria segna il suo primo grande incarico monumentale e l’ingresso stabile nella committenza pontificia. Roma è officina, archivio, modello e ambiente cosmopolita, una città che lo consacrerà con lo Spron d’Oro, onorificenza pontificia conferitagli per il suo ruolo nei grandi cantieri vaticani – cappelle della Torre Pia e Sala Regia – e che sancisce il suo status di artista e figura di corte, integrata nel sistema politico e culturale pontificio.
Ordinata in quattro sezioni, la mostra segue il percorso romano di Vasari. Nel 1532 arriva a Roma al seguito del cardinale Ippolito de’ Medici. La città, tornata attiva dopo il Sacco, gli offre un doppio confronto: l’antico, nelle sculture e nei resti archeologici, e i modelli moderni di Raffaello e Michelangelo. Il rapporto con le antichità romane non è né ornamentale né generico: Vasari le guarda come modelli attivi per i moderni, termini di paragone attraverso cui misurare la qualità dell’arte contemporanea. Il Cortile del Belvedere, il Nilo, il Tevere, il Marforio, i Dioscuri del Quirinale entrano così nel suo orizzonte non come semplice repertorio archeologico, ma come sistema di riferimento. Per il cardinale realizza opere come Venere con le Grazie e Baccanale di satiri, mentre studia e disegna senza sosta insieme a Francesco Salviati. Quando torna a Firenze, questa esperienza emerge nel Cristo portato al sepolcro, dove si riconosce la base toscana, ma già trasformata dal passaggio romano con un linguaggio che amplia scala e ambizione; nella Natività di Camaldoli (1538) la lezione di Raffaello affiora in modo evidente nell’equilibrio della composizione e nella resa della luce. L’ingresso nei grandi circuiti romani passa poi dall’incontro con Bindo Altoviti, che ne sostiene l’ascesa. Per il banchiere realizza una Pietà e un’invenzione mitologica di Febo e Diana, fino a imporsi con l’Allegoria della Giustizia, dove affronta per la prima volta un tema allegorico complesso, legato a un contesto colto e di committenza alta, un’opera decisiva per l’ingresso alla corte del cardinale Alessandro Farnese, dove ottiene il primo incarico monumentale: la decorazione della Sala dei Cento Giorni alla Cancelleria (1546), concepita come celebrazione di Paolo III. La stagione Altoviti non è soltanto una fase di committenze, è il momento in cui Vasari lavora dentro spazi pensati per accogliere collezioni, apparati decorativi e antichità: il tema del collezionismo diventa concreto e operativo. Il cantiere, preparato con attenzione e realizzato anche con maestranze straniere, segna il passaggio a una scala più ambiziosa e lo inserisce stabilmente in un ambiente internazionale. Un clima colto animato dal confronto con letterati ed eruditi riuniti attorno a Paolo Giovio, dove Vasari elabora uno dei suoi più grandi capolavori, Le Vite, nate in risposta all’esigenza di ordinare e raccontare le arti con rigore. Pubblicate a Firenze nel 1550, costruiscono la prima narrazione organica degli artisti da Cimabue a Michelangelo, fondata sul primato del disegno e su una visione progressiva della storia dell’arte.
Laocoonte
Con l’elezione di Giulio III nel 1550, Vasari torna a Roma e ottiene la commissione per la cappella di San Pietro in Montorio, seguita da opere come la Chiamata di san Pietro, poi rifiutata dal pontefice. Tra confronto con Michelangelo, commissioni per Altoviti e l’esclusione da Villa Giulia, questi anni restano segnati da avanzamenti e arresti. Si chiudono nel 1554 con l’uscita da Roma e il rientro a Firenze sotto Cosimo I. Ma anche in questa fase il rapporto con Roma non si esaurisce: continua attraverso la frequentazione di scavi, raccolte archeologiche e ambienti collezionistici, attraverso acquisti, mediazioni, segnalazioni e valutazioni di statue e disegni. Negli anni successivi al rientro a Firenze, si afferma come artista di corte di Cosimo I de’ Medici, protagonista dei grandi cantieri ducali e della politica culturale medicea, tra Palazzo Vecchio, gli Uffizi e la fondazione dell’Accademia del Disegno. Il rapporto con Roma si riattiva nella fase finale: nel 1566 torna da Pio V e dal 1570 è impegnato in Vaticano nelle cappelle della Torre Pia, da cui provengono opere come la Lapidazione di santo Stefano, gli evangelisti San Matteo e San Giovanni e un’Annunciazione, che restituiscono una pittura pienamente integrata con architettura e funzione liturgica. È il momento in cui la sua esperienza si ricompone in forma monumentale, tra grandi cantieri, coordinamento di collaboratori, apparato preparatorio di disegni e piena integrazione tra pittura, architettura e programma, ciò che per lui coincide con la maniera moderna. Il culmine si raggiunge nella Sala Regia (1572), dove sotto Gregorio XIII realizza un ciclo di forte impatto celebrativo, suo ultimo grande cantiere romano, che comprende la Battaglia di Lepanto, tra i suoi massimi esiti di una pittura strumento di rappresentazione tra estetica e potere.
L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è organizzata con MetaMorfosi Eventi in collaborazione con Zètema Progetto Cultura. La mostra e il catalogo, edito da Gangemi, sono curati da Alessandra Baroni.
Altri articoli dell'autore
La terza edizione della grande kermesse non è una somma di mostre, ma uno spazio di relazioni attraverso la fotografia di ieri e di oggi
Il pensiero dell’architetto e designer italiano attraverso oltre quattrocento opere a Triennale Milano
Main sponsor di una rete che attiva oltre 200 realtà e 400 appuntamenti. Banca Generali apre la BG Art Gallery con le acquisizioni di Jem Perucchini e Valerio Nicolai e un talk sul mercato e le giovani generazioni
Curato da Roberto Galimberti con Paola Eynard e la consulenza iconografica di Enrica Melossi, il percorso è cucito sugli spazi della Fondazione Cosso



