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Bianca Cerrina Feroni
Leggi i suoi articoliFino all'8 marzo 2027, la Fondation Louis Vuitton dedica una grande mostra a Gustave Fayet, collezionista visionario e artista la cui opera resta poco conosciuta. Il pronipote Olivier Fages, coordinatore generale della Saison Fayet, ripercorre la riscoperta di uno dei protagonisti più originali dell'arte moderna.
Ci è voluto quasi un secolo perché Gustave Fayet ritrovasse il posto che gli spetta nella storia dell'arte moderna. Nato a Béziers nel 1865 da una famiglia di grandi proprietari terrieri, fu tra i primi ad acquistare Van Gogh, tra i primi a esporre Picasso e riunì nella sua casa, nel cuore di Parigi, un insieme straordinario di opere di Gauguin. Collezionista visionario, era però ormai soltanto conosciuto dagli specialisti: la dispersione delle sue collezioni dopo la morte ha infatti contribuito a cancellare il suo nome dal grande racconto dell'arte moderna. Ancora più dimenticata resta poi la sua produzione artistica. Pittore, ceramista, ideatore di tappeti e carte da parati, Fayet sviluppò negli ultimi anni della sua vita un linguaggio singolare, ai confini dell'astrazione. Nella mostra, a cura di Angeline Scherf e Silvy Patry, con la scenografia di Robert Carsen, oltre 250 opere della sua collezione dialogano con le 375 da lui create, rivelando le due anime di un cultore dell'arte che non ha mai smesso di celebrare la vita attraverso la creazione.
Collezionista, viticoltore, pittore e creatore di arti decorative: quale immagine emerge dal racconto familiare?
Nella casa della mia infanzia c'era un libro, Fleurs, che Gustave concepì come una sorta di testamento artistico. Pagina dopo pagina, ci accompagna in un giardino botanico insolito, dove le forme vegetali si mescolano a forme marine. È il suo giardino immaginario, che riassume il suo mondo interiore, profondamente legato alla natura. Il suo grande amico, lo scrittore André Suarès, vi aggiunse un testo bellissimo. «Vostro nonno e io, poiché abbiamo amato profondamente tutti gli esseri viventi, abbiamo una piccola ricompensa. Potremo andare da un paradiso all'altro, ora dalle bestie, ora dai fiori, ora dagli uccelli e dai figli degli uomini. Fino ad allora, buonanotte, cari piccoli, e domattina andate a dire alla rosa che l'amate come noi l'amiamo.» Tutti i suoi discendenti conoscono questo libro e grazie a esso hanno un legame diretto con il bisnonno. Oggi l'abbazia cistercense di Fontfroide, dove Fayet riuniva i suoi amici artisti, ne continua l'eredità: accoglie la creazione contemporanea, nel solco del suo gusto per l’avanguardia.
Nella mostra si scoprono le decorazioni di Odilon Redon, che lasciano l'abbazia per la prima volta, e alcune vetrate eccezionali. Qual è la storia di questa abbazia, che la vostra famiglia continua a far vivere accogliendo ogni anno fino a 130.000 visitatori?
Fayet eredita ancora giovane una fortuna considerevole e, quando decide di acquistare Fontfroide con la moglie Madeleine d'Andoque, la sua collezione è già tra le più importanti del suo tempo. Vuole salvare l'abbazia e farne un luogo di creazione aperto alla musica, alla pittura e alle arti decorative. Vi accoglie i suoi amici artisti, animato da un profondo gusto per l'arte di vivere. Commissiona a Redon le decorazioni della biblioteca e a Richard Burgsthal le vetrate dell'abbazia, e insieme a lui fonda un laboratorio per realizzarne di nuove. Fayet sceglie di portare il colore nell'universo cistercense, che imponeva vetrate in grisaille, prive di immagini, e di accogliervi anche san Francesco d'Assisi.
Perché l'oblio?
Tre anni dopo la sua morte, la collezione fu dispersa dai suoi stessi figli: nel 1928 vendettero a Paul Rosenberg trentaquattro opere, tra cui l'Autoritratto con l'orecchio bendato di Van Gogh, una delle opere simbolo della mostra, e quindici Gauguin, diversi dei quali finiti in collezioni americane. Del resto Fayet stesso, per tutta la vita, vendeva e scambiava opere, a volte a pochi mesi di distanza. In fondo era anche un uomo d'affari. Dopo la retrospettiva Gauguin del 1906, alla cui organizzazione aveva contribuito, rivendette molti quadri, tra cui due a Chtchoukine, per coprire le spese di Fontfroide. Quanto alle opere da lui create, tappeti esclusi, non le vendeva: tutto è rimasto in famiglia.
Come è nato il progetto alla Fondation Louis Vuitton?
Preparando la mostra dedicata a Chtchoukine, suo nipote, André-Marc Delocque-Fourcaud, ha scoperto che il nonno aveva acquistato da Fayet dipinti importanti, diversi dei quali facevano parte della grande «iconostasi» di Gauguin. Imbattutosi in una tesi dedicata a Fayet, ci ha contattati per consultare gli archivi. Eravamo al settimo cielo! Ci ha rimessi in contatto con una parte della storia di famiglia molto forte. Dopo le mostre dedicate a grandi collezionisti come Courtauld, Chtchoukine e Morozov, puntare su un collezionista-artista come Gustave Fayet è stata una scommessa audace e, insieme, un successo straordinario. La mostra ha fatto compiere notevoli passi avanti alla ricerca, sia sulla sua collezione che sulle sue creazioni.
Accanto ai grandi nomi ormai entrati nella Storia dell'arte, ci sono altri dipinti che rivelano meglio il suo carattere e il suo gusto?
In mostra c'è anche l'ultimo quadro da lui acquistato, poco prima di morire: una tela di Jacqueline Marval, pittrice importante, anch'essa caduta nell'oblio, che lavorò a lungo accanto a Matisse e Bourdelle. Nella sua collezione ci sono pochissime donne (Berthe Morisot, e poi lei), e trovo interessante il valore simbolico del gesto: l'ultimo quadro che acquistò è quello di una donna. Era abbastanza lungimirante da saper riconoscere i talenti al di là delle convenzioni della sua epoca.
Bianca Cerrina Feroni
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