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Redazione
Leggi i suoi articoliOggi, 8 maggio 2026, si è consumata una delle giornate più tese nella storia della Biennale di Venezia. Mentre il sole tramonta sulla Laguna, il bilancio racconta di una manifestazione sfociata in scontri, padiglioni nazionali serrati per protesta e una visita istituzionale che ha fatto e farà discutere.
La tensione è stata palpabile sin dalle prime ore del mattino. All’Arsenale, l’inaugurazione del padiglione d'Israele è avvenuta in un clima di massima sicurezza. L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, ha visitato l’installazione dell’artista Belu-Simion Fainaru circondato da un massiccio schieramento di forze dell’ordine. Nonostante la sorveglianza, un uomo è riuscito a lanciare tre pomodori contro la struttura al grido di «Palestina libera, stop genocidio», prima di essere identificato. Contemporaneamente, ai Giardini, si registrava la visita dell'attore Willem Dafoe, direttore della Biennale Teatro, al padiglione della Russia, accolto da canti tradizionali.
Nel primo pomeriggio è scattata l’azione coordinata dei lavoratori della cultura. In segno di protesta contro la presenza di Israele e il conflitto a Gaza, numerosi padiglioni nazionali hanno deciso di «abbassare le serrande». Sono rimasti chiusi gli spazi di Paesi Bassi, Belgio, Francia, Giappone, Spagna, Svizzera e Austria, mentre la Repubblica Ceca ha limitato la chiusura alla sola mattinata. La piattaforma Global Project ha rivendicato l'iniziativa come uno sciopero contro il genocidio in corso. Immediata la replica di Nicolae Galea, presidente dell'Osservatorio Israele, che ha definito le chiusure «inaccettabili», parlando di una campagna di intimidazione che trasforma l’arte in uno spazio di censura.
Il cuore della protesta si è poi spostato in via Garibaldi, dove si sono radunati i manifestanti. Mille secondo la Questura, oltre duemila per gli organizzatori. Il corteo, animato dai collettivi Anga e Biennalocene insieme ai centri sociali, si è mosso lentamente tra bandiere palestinesi e lo slogan: «Nessun artista dovrebbe condividere spazi con chi è responsabile di genocidio». Mentre il sindaco Luigi Brugnaro definiva le proteste «legittime finché espressione di dissenso», la situazione è precipitata intorno alle 18:00. Il corteo ha tentato di forzare il cordone di polizia per raggiungere l'Arsenale, scatenando uno scontro diretto con spinte e manganellate all'altezza di campo della Tana che hanno bloccato l'avanzata.
Mentre la manifestazione si scioglieva dopo le tensioni, il vicepremier Matteo Salvini è arrivato ai Giardini per ribadire che l'arte debba restare fuori dai conflitti: «Non penso che gli artisti americani, cinesi, israeliani o russi siano portavoce di conflitti in corso». Il ministro ha attaccato frontalmente l'Unione Europea per le critiche sull'apertura del padiglione russo, definendo «volgare» la minaccia di tagli ai fondi. La sua giornata si è conclusa con una visita di 25 minuti proprio allo spazio della Russia, dove è stato accolto da un coro di giovani che ha cantato in suo onore. Alle 19:00 la calma sembra tornata, ma le ferite politiche e sociali di questa giornata restano evidenti tra le calli blindate.
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In un’intervista al «Correre della Sera» afferma che «a leggere gli articoli di stampa, non mi pare che nel Padiglione russo ci siano persone nelle condizioni di poter esprimere il dissenso nei confronti del loro regime sottoposto a sanzioni». Nel frattempo si augura di «lasciare finalmente alle spalle ogni polemica di queste settimane»
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