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Antonello da Messina, Ecce Homo; Saint Jerome in Penitence, circa 1430-1479 (recto)

Sotheby’s

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Antonello da Messina, Ecce Homo; Saint Jerome in Penitence, circa 1430-1479 (recto)

Sotheby’s

Un rarissimo doppio capolavoro di Antonello da Messina torna sul mercato. Sotheby’s lo stima 15 milioni

Sul recto un Ecce Homo, sul verso un San Girolamo penitente: nel complesso, uno dei soli quaranta dipinti conosciuti dell'artista, dunque uno dei lotti più significativi dell'intero 2026

Davide Landoni

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Lo sguardo di Cristo, ferito e silenzioso, incontra il nostro attraverso cinque secoli e mezzo di storia; il respiro trattenuto di un santo nel deserto, immerso in una natura aspra e luminosa, risuona all'improvviso nelle nostre orecchie. Da queste due visioni vicine e lontane, come un’apparizione rarissima, si ripresenta a noi un doppio capolavoro di Antonello da Messina, pronto a scrivere una nuova pagina della sua storia, in asta, a New York. Una vendita che si candida già come una delle più significative dell'intero 2026.

Il piccolo, prezioso pannello bifacciale «Ecce Homo» / «San Girolamo nel deserto», realizzato intorno al 1460-1465, sarà infatti uno dei lotti di punta della vendita Master Paintings di Sotheby’s, in programma il 4 febbraio 2026, durante la Masters Week. La stima, tra i 10 e i 15 milioni di dollari, riflette non solo l’altissimo livello qualitativo dell’opera, ma anche un dato oggettivo ed estremamente significativo. Di Antonello da Messina sopravvivono appena una quarantina di dipinti, quasi tutti custoditi in musei. Le occasioni di vederne uno sul mercato si contano sulle dita di una mano; quelle di incontrarne uno di questo calibro, quasi irripetibili. È soltanto la seconda volta, in una generazione, che un’opera dell'artista di tale importanza appare in asta. La precedente, per intenderci, è oggi al Louvre.

Antonello da Messina, nato in Sicilia e formatosi a Napoli, fu il grande ponte tra il Rinascimento italiano e le innovazioni della pittura nordica. Il suo breve ma decisivo soggiorno a Venezia lasciò un’impronta profonda, destinata a influenzare maestri come Giovanni Bellini e, più tardi, Giorgione. Sensibilissimo alla pittura a olio - che Giorgio Vasari, forse erroneamente, gli attribuì come “invenzione” in Italia - Antonello seppe sfruttarne le potenzialità per raggiungere una finezza tonale e una verità psicologica allora senza precedenti.

Sul recto del pannello si dispiega l’Ecce Homo, uno dei temi più intensi e ricorrenti nella carriera dell’artista. Cristo è presentato come “uomo”, appunto,  prima ancora che come figura divina. Giovane, ma vulnerabile, con il corpo che sembra sussultare sotto il peso della sofferenza. Le gocce di sangue solcano il volto e il petto, la corda stringe il collo, la corona di spine grava sulla testa. Non c’è idealizzazione, ma una dolorosa immediatezza. Lo sguardo, calmo e diretto, incontra quello dello spettatore oltre un parapetto di pietra inciso con la scritta “INRI”, un espediente che richiama la pittura fiamminga ma che Antonello trasforma in qualcosa di radicalmente nuovo. Come ha scritto lo specialista Andrea Bayer, non esiste un vero parallelo nordico per l’intensità espressiva e il coinvolgimento emotivo di questo Cristo.

Antonello da Messina, Ecce Homo; Saint Jerome in Penitence, circa 1430-1479 (recto)

Antonello da Messina, Ecce Homo; Saint Jerome in Penitence, circa 1430-1479 (verso)

Il dipinto è particolarmente prezioso almeno per altre due ragioni. è il primo Ecce Homo realizzato da Antonello e l’unico dipinto su tavola eseguito dall’artista su entrambi i lati. Tutte le altre versioni del soggetto - oggi al Metropolitan Museum di New York, alla National Gallery di Londra, al Louvre, a Palazzo Spinola a Genova e al Collegio Alberoni di Piacenza - sono conservate in istituzioni pubbliche, sottraendo di fatto il tema al collezionismo privato. Inoltre, si tratta di un'opera dalla lunga bibliografia e dalla densa storia espositiva, con un ultimo aggiornamento nel 2019, nella mostra su Antonello da Messina a Palazzo Reale di Milano.

Sul verso, quasi come una meditazione silenziosa che risponde al dolore del fronte, compare «San Girolamo nel deserto». Il santo è inginocchiato davanti a un libro aperto e a un calamaio, chiaro riferimento alla traduzione della Bibbia in latino, la Vulgata. Attorno a lui si estende un paesaggio sorprendentemente vasto e poetico. Scogliere frastagliate, cespugli radi, uno specchio d’acqua che riflette con delicatezza luci e ombre. È un mondo contemplativo, reso con una raffinatezza che stupisce per le dimensioni intime del supporto. 

A proposito delle dimensioni ridotte, combinandole con le tracce di vari maneggiamenti e sfioramenti, lo storico dell’arte Federico Zeri ha ipotizzato che il dipinto devozionale potesse essere portato con sé in un portafoglio di pelle, tenuto vicino al corpo come un talismano spirituale. Un’opera, dunque, non solo da ammirare, ma da vivere. La modernità di questa invenzione iconografica non sfuggì ai contemporanei. Gli echi di questo San Girolamo risuonano, per esempio, nel «San Girolamo che legge in un paesaggio» di Giovanni Bellini alla National Gallery di Londra e persino nel celebre «San Francesco nel deserto» della Frick Collection. L'ennesima conferma del valore museale del lotto.

Davide Landoni, 09 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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