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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliIl mercato dell’arte in Iran è oggi uno dei paradossi economici più peculiari dell’intero sistema. In un Paese sottoposto a severe sanzioni internazionali, escluso dai circuiti bancari Swift e segnato da inflazione elevata, crisi idrica e difficoltà nell’importazione di beni essenziali, il settore dell’arte continua a registrare risultati sorprendenti. Un’apparente anomalia che, lontana da essere espressione di prosperità diffusa, è anzi il prodotto di un sistema chiuso, nutrito dal solo capitale interno, quasi intrappolato nel Paese. E da un’élite priva di alternative concrete, che si tratti di collezionisti o investitori. In Iran, l’arte è quindi oggi perlopiù un bene rifugio, una risorsa economica in un contesto instabile.
Il caso più emblematico è quello della Teheran Auction, l’unica grande casa d’aste operativa nel Paese. Nell’ottobre 2025, all’Azadi Hotel di Teheran, ha aggiudicato 120 lotti per un totale di circa 1,47 milioni di dollari. Una cifra inferiore al picco di 8 milioni di dollari raggiunto nel 2019, ma comunque significativa se letta nel contesto attuale di crisi e isolamento. Secondo il fondatore Ali Reza Sami-Azar, il valore reale delle vendite continua ad aumentare se proporzionato al riyal iraniano. Con un’inflazione che si avvicina al 45% e una valuta indebolita, l’arte rappresenta un asset che assomiglia all’oro. È un bene tangibile, relativamente liquido e riconosciuto dal mercato internazionale, capace quindi di conservare valore in un contesto di continua erosione del potere d’acquisto. L’impossibilità di investire all’estero costringe anche le fasce più ricche della popolazione a concentrarsi su ciò che rimane accessibile all’interno del Paese. In questo scenario l’arte diventa una valvola di sfogo per una ricchezza che ha poche altre vie di impiego.
Tale isolazionismo ha prodotto, poi, la nascita di due mercati paralleli per l’arte iraniana: uno nazionale e uno internazionale, quasi del tutto scollegati l’uno dell’altro. In Iran le opere degli artisti affermati registrano aumenti di valore rapidi, talvolta vertiginosi. All’estero, al contrario, la domanda rallenta e i risultati d’asta sono deboli. Le vendite di Sotheby’s e Christie’s a Londra, per esempio, mostrano da anni una flessione dell’arte iraniana, frenata da timori legali, requisiti di conformità sempre più stringenti e dalla riluttanza delle grandi case d’asta a trattare opere anche indirettamente legate all’Iran. Resistono ovviamente delle eccezioni. In Italia, nel giugno 2025, Wannenes ha venduto un olio su tela di Bahman Mohasses per 275.100 euro. In molti altri casi la discrepanza emerge però con chiarezza. Proposto dalla Teheran Auction nel 2025, il dipinto «One Golden Winter Hunt» di Reza Derakhshani è stato venduto per circa 154mila dollari, mentre un’opera astratta di Massoud Arabshahi ha raggiunto i 138.600 dollari. Poche settimane dopo, a Londra, lavori analoghi degli stessi artisti non si sono spostati dal range delle stime (20-30mila dollari). Una frattura che genera confusione sul reale valore delle opere iraniane sul mercato globale, inibendo l’interesse dei collezionisti e stimolando scenari paradossali, che invertono gli usuali flussi di vendita. Accade quindi che opere acquistate a Londra o a New York vengano reimportate in Iran per essere rivendute a prezzi molto più elevati di quelli d’acquisto. Secondo il mercante Hormoz Hematian, le aste rappresentano circa la metà del mercato dell’arte iraniano, mentre il resto è gestito da una rete in espansione di gallerie per artisti storicizzati e contemporanei. Realtà come Dastan Gallery, Sarai Gallery, Mojdeh Art Gallery e Soo Contemporary svolgono un ruolo centrale nel mantenere vivo il tessuto culturale della capitale.
Accanto alle aste e alle gallerie, anche il sistema delle fiere sta assumendo un peso crescente, pur operando all’interno di forti limitazioni strutturali. In un contesto di isolamento internazionale, le fiere diventano strumenti di legittimazione e di consolidamento del mercato interno più che vere piattaforme di scambio globale. La Tehran Art Fair rappresenta l’iniziativa più ambiziosa. Promossa dall’Associazione delle Gallerie d’Arte di Teheran, ha preso avvio alla fine del 2025 con «Open Paper», un progetto pilota dedicato alle opere su carta, con l’obiettivo di arrivare nel 2026 a una fiera d’arte moderna e contemporanea di maggiore respiro. Eventi come l’annuale Art for Peace Festival, che si svolge in sedi istituzionali come l’Iranian Artists Forum, contribuiscono a mantenere attivo il circuito espositivo e commerciale, pur muovendosi su un terreno più simbolico che pratico. Anche in questo caso, fiere e festival riflettono le stesse dinamiche del mercato domestico, con una partecipazione prevalentemente locale e prezzi sostenuti da una domanda interna messa nelle condizioni di saturare l’offerta. Il dialogo con l’estero passa quindi soprattutto attraverso le gallerie. Dastan Gallery e SARAI Gallery, così come Mojdeh Art Gallery, continuano a partecipare a fiere internazionali come Art Dubai, VOLTA e l’Armory Show di New York. La loro presenza, spesso complessa dal punto di vista logistico e burocratico, rappresenta uno dei pochi canali attraverso cui l’arte iraniana continua a circolare nel mondo, nonostante la diffidenza delle istituzioni occidentali e l’irrigidirsi dei controlli legati alle sanzioni. Gli artisti con un profilo internazionale sono quelli che beneficiano maggiormente dello stato delle cose. Autori come Monir Shahroudy Farmanfarmaian, le cui opere sono state presentate a Frieze London dalla galleria James Cohan, vedono le loro opere circolare con un valore appetibile per i collezionisti iraniani, spesso interessati a reimportarle in cerca di plusvalenze. Al contrario, gli artisti meno noti fuori dal Paese soffrono dell’isolazionismo. Nel complesso, si conforma uno scenario ambiguo che si apre a dinamiche grigie. Plausibile temere operazioni di riciclaggio. O soprattutto bolle speculative, in un’economia compressa e quasi priva di riscontri con il resto del sistema. Senza contare che in un contesto così protezionista anche la creatività degli artisti risulta inibita, condizionata dalle richieste e dai dettami interni, di certo poco inclini ad accettare il dissenso, che trova quindi spazio perlopiù all’estero. La grande, ma relativa crescita del mercato dell’arte in Iran non sembra allora espressione di una creatività libera, di un desiderio culturale acceso e ricettivo, quanto più la vetrina illusoria di un meccanismo distorto e privo di visione sul futuro.
Bahman Mohasses, «Senza titolo», 1981. Courtesy di Bahman Mohasses Estate e Wannenes
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